—Io? Può credere Vostra Altezza?...

—Che ne so io? Rammentate il proverbio: chi non è con me, vuol esser contro di me. Andate ora, e Nostro Signore v’abbia nella sua santa guardia.—

Così dicendo, il re Ferdinando fece un gesto che parve dare al capitano Fiesco la sua benedizione. L’udienza era finita. Lunga assai; ma in quel punto, tanto n’era rimasto turbato, il capitano Fiesco l’avrebbe desiderata più lunga e più chiara; rinunziando magari alla benedizione di quel re, che non era passato mai per uno stinco di santo.


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Capitolo XIII.
Si viene a mezza spada.

Uscì dal palazzo coll’anima in trambusto. Bene si era proposto d’esser forte e di non sentir paura di nulla: ma troppe parole oscure aveva proferite il re; troppe allusioni mal velate aveva fatte a certi casi di San Domingo. Sapeva egli della sparizione improvvisa di don Garcìa dalla capitale di Haiti? Di quella, certamente; ed anche della via che quell’altro aveva presa, dello scampo e del rifugio che aveva trovato. Perchè, se non fosse stato così, avrebbe il re Ferdinando detto a lui, capitano Fiesco: potrei chiedervi di aiutarci? Era venuta, sì, qualche frase, ad attenuare, a smorzare il pensiero; ma tardi, quando il colpo era stato dato, e sentito. Ora, se la partenza di don Garcìa, che era pur libero di andarsene, era stata annunziata da San Domingo al re d’Aragona come una fuga, bisognava supporre che il governatore di San Domingo fosse entrato in sospetto del come e del perchè l’esecutore di giustizia della sua giurisdizione si fosse annoiato del servizio, tanto da chiedere il suo licenziamento sui due piedi. A giustificare questo ragionamento non si poteva anche ricordar l’allusione, che il re aveva fatta prima d’ogni altra, al vero sesso del mozzo Bonito? Perchè quella finta paura d’un innocente artifizio di viaggiatori, che non era poi una novità in quel paese e a quel tempo? Proprio a lui forestiero, venuto colla fretta del giungere e col proposito di tornarsene via, si poteva far colpa d’un travestimento muliebre, giustificato abbastanza dalla rapidità del viaggio e dalla opportunità di qualche precauzione stradale?

Non aveva fatto bene, lo riconosceva benissimo allora, a contentare il desiderio di Juana, portandola in Ispagna con sè. Quando si è fuori d’un pericolo, non ci si torna, per quanta sicurezza se n’abbia. Sapeva tutto, il re? o solamente una parte del vero? A buon conto, Juana avrebbe súbito riprese le vesti femminili; e per ogni buon fine, a cavallo quel medesimo giorno, verso la Sierra di Guadarrama, sulla via di Catalogna, studiando anche i passi più brevi. Poteva essere una caccia; ed egli, tra sè ed i segugi reali, voleva mettere almeno ventiquattr’ore di spazio. Pensate, aveva detto il re, mi porterete poi il frutto delle vostre meditazioni. Quel poi gli offriva appunto un giorno di tempo. Lo avrebbe guadagnato; corressero pure sulle sue tracce alguazili ed arcieri. Condotta la sua donna a Barcellona ed al largo, sarebbe magari tornato a Valladolid: quanto a sè, non aveva timore di nulla.

Anche per lui c’era la nuvoletta nell’aria. Non gli aveva lasciato intendere il re di sospettarlo troppo legato ai suoi nemici? Certo, il viaggio di Siviglia poteva dare argomento a sospetti. Ma quel viaggio si poteva anche spiegare. Egli era andato laggiù per vedere una dama, e le ragioni del cercato colloquio erano tutte confessabili. Non era già andato a cospirar con nessuno! Della cospirazione, a dir vero, aveva vedute le tracce; anch’egli, per giovare al signor Almirante, non faceva troppo assegnamento sull’arrivo della regina Giovanna, che era il fine di tutte le cospirazioni castigliane? Ma qui, poi, egli non era obbligato a dir tutto. Restava soltanto ch’egli aveva chiesto aiuto a donna Beatrice Bovadilla per Cristoforo Colombo, suo vecchio amico; e non altro aveva dovuto cercare. L’altro era un negozio di Spagnuoli; non ci doveva entrar egli, straniero alla terra ed alle contese dei suoi cittadini. Così, come straniero, andava e tornava, per assistere il signor Almirante; andava a Barcellona, ritornava a Valladolid; che c’era egli di male?