Sì, sì; via di galoppo, quel medesimo giorno. Come spiegar la cosa al signor Almirante? In ciò si sarebbe consigliato con l’Adelantado, mentre si sellavano i cavalli. Fortuna, aver trattenuta una parte della sua gente con sè. Gli mancava il frate scudiero, il suo braccio destro; gran guaio, perchè il frate scudiero era Spagnuolo, e Catalano per l’appunto; sarebbe stato utilissimo nel passare per le terre di Catalogna. Ma pazienza; gli restavano quattr’uomini risoluti e fedeli; sarebbe giunto a Barcellona, anche ammazzando qualche cavallo. Ah, galoppare, divorare la strada, aver l’ali ai piedi, come Mercurio! e il re lo aspettasse pure, col frutto delle sue meditazioni. Oh, la mia buona stella! diceva egli tra sè. La mia buona stella! ripeteva, per farsi coraggio con una frase di buon augurio. E andava svelto, facendo i passi lunghi, non badando a nulla, non vedendo nessuno.

Ma le vie di Valladolid non erano tutte larghe ad un modo: abbondavano anzi le strette. Ad un crocicchio gli fu mestieri rallentare il passo, per una gran calca di gente. Perchè tutta quella gente affollata? Non era in verità da cercare il perchè. Chi ha fretta non si ferma a domandar le ragioni per cui una calca si ferma, intorno ad un piccolo accidente di strada; specie in quartieri abitati dal popolino, così facile a commuoversi per cose da nulla. Chi ha fretta cerca di passare per quella calca, si fa piccino e sottile, va di fianco, lavora di gomiti, insinuandosi destramente per ogni vano che trovi. Così egli, mentre intorno a lui era un cicaleccio confuso.—Poverino! perchè l’han preso?—Così bello! faceva pietà, coi suoi grandi occhi lagrimosi.—Che! non piangeva; solo era un poco stravolto.—Sfido io; nelle unghie degli arcieri!—Che cosa avrà fatto? rubato?—A quell’età, cose da nulla.—Vestito da marinaio; non era dunque della città.—Poverino! e la sua mamma, se l’ha!—

Un brivido era corso per l’ossa al capitano Fiesco. Voleva tornare indietro, per domandare. Chi mai, nelle unghie degli arcieri? e giovane, e bello, e vestito da marinaio? Ma si ricordò che non doveva aver paura. E non sarebbe stata esagerazione di paura, tornare indietro per un ragazzo arrestato? Ma corse più rapido avanti, sempre più lontano da quella moltitudine. Era là, finalmente, la strada dove abitava il signor Almirante; era là, si apriva davanti a lui, quieta, luminosa, sotto il cielo sereno. Passava un carro, tirato da un mulo alto e solenne, che agitava ad ogni passo una ventina di sonagli; e il carrettiere, che veniva innanzi, di costa alla ruota, canterellava in cadenza, facendo ad ogni tanto schioccar la sua frusta per chiasso. La scena era gaia, tranquilla, innocente; respirava una pace d’idilio siracusano. Ed anche la casa era là, lunga, alta, e polverosa, ma neppur brutta in quell’ora meridiana: la coglieva il sole di sbieco, e larghe chiazze di mattoni rosseggiavano al sole, per mezzo a frequenti sfaldature d’intonaco. Quella casa pareva sorridere, aspettandolo; ond’egli si sentì liberato da una grave oppressura. Che sciocco era stato! e come tutto fa paura, quando si ha l’anima agitata! Infilò il portone, ascese rapidamente due braccia di scala. Ah, finalmente, era in porto.

Nell’anticamera trovò l’Adelantado, grave, accigliato, silenzioso. Ma era sempre così, quel benedetto uomo; non rideva se non in mezzo al pericolo.

—Come va l’Almirante?—gli chiese il capitano Fiesco.

—Eh, si è voluto alzare;—rispose quell’altro.

—Tutti bene?—ripigliò il capitano, a cui quella risposta non poteva bastare.

—Bene!... Amico mio, forse sapete?...

—Che cosa?—gridò il capitano.—Ah, sarebbe vero?...—

E cadde, così dicendo, sopra una scranna.