—Animo! animo!—gli disse l’Adelantado, con più tenerezza nella voce, che non avesse mai dimostrata.

—Animo! animo!—ripetè macchinalmente il Fiesco.—Ne ho. Voglio sapere.... voglio sapere.... Erano venuti gli arcieri?... o i famigli del Sant’Uffizio?...

—No, grazie a Dio, solo quelli del re. Ma è sempre una infamia! Un tale affronto all’Almirante! al vicerè delle Indie! Non ha dunque più vergogna, quel tristo?—

In quel mentre appariva dall’uscio della sua camera il signor Almirante; alto di tutta la rilevata persona, che oramai, nell’impeto dello sdegno, non sentiva neanche più i suoi dolori aggranchirgli le membra; gli occhi sfolgoranti, come nei momenti più gravi della sua vita, in mezzo alle battaglie d’arrembata, o tra le marinaresche ribelli.

—Questa ancora, capitano Fiesco!—gridò egli, avanzandosi.—Questa ancora, per colpirmi nel mezzo del cuore! Male lo stimai volpe; è una tigre, quel re.

—Ma per qual ragione, Dio santo?—domandava il Fiesco, torcendo convulsamente le mani, impossenti a sbranare un lontano e troppo alto nemico.—Con quale pretesto?

—Con questo,—rispose l’Adelantado;—che il mozzo Bonito era una donna; che si doveva sapere chi fosse, e perchè si nascondesse così. Abbiamo risposto, non dubitate; abbiamo risposto che prendevano abbaglio; che si trattava d’una gentildonna straniera, non soggetta alle leggi di Spagna, e che non aveva da fare con la giustizia di questo paese. Ancora abbiamo detto il suo nome, ma inutilmente. Il signor governatore vedrà, il signor governatore giudicherà, rispondeva l’alguazil, ch’era venuto cogli arcieri; se c’è errore sarà facilmente rimediato, e il mozzo Bonito, o contessa del Fiesco che voglia essere, ritornerà a casa, senza che gli sia torto un capello. L’Almirante s’intromise; voleva star egli mallevadore; domandava un indugio, finchè non si appurasse ogni cosa; credeva di averne il diritto, essendo egli il padrone di casa, e tal uomo da non essere sospettato di poca reverenza alle leggi. Inutile! tutto fu inutile; ed han fatto a modo loro, conducendo la contessa al palazzo di giustizia.

—Legata!

—Eh, sì, legata;—rispose l’Adelantado, fremendo.—Erano in dieci, ed avevano paura che fuggisse. Noi vi aspettavamo, per muoverci, per far qualche cosa. L’Almirante vuol andar egli dal re.

—Ne vengo io;—ruggì il capitano Fiesco;—e non credo che gioverebbe. L’ha con me, il re Ferdinando. Come ciò sia, è inutile il dire; nè si potrebbe in poche parole. La contessa è un ostaggio ch’egli ha preso, mentre io ero in udienza da lui. Servirlo! servirlo io? E in che cosa? in qualche losca impresa, sicuramente. Non si prenderebbero ostaggi, se la cosa fosse diversa. Venite, don Bartolomeo, accompagnatemi, che temo di non arrivare dal re, di stramazzar per la strada.—