L’Almirante si avanzò, e gli pose amorevolmente le mani sugli ómeri.

—Coraggio, mio figlio!—gli disse.—E perdonatemi!—È avvenuto per colpa mia, tutto ciò. Porto sfortuna a chi mi vuol bene.

—Oh, non dite, mio signore, non dite!—gridò il Fiesco, intenerito.—Era il destino. Ma io mi ucciderò, se non la salvo.

—Un delitto! Non lo pensate neanche.

—Eh, io non sono un santo. Senza di lei, meglio l’inferno! E non l’ho io già dentro l’anima?—

Scese a precipizio la scala; e don Bartolomeo Colombo lo seguiva. Giunto a palazzo, chiese di entrare dal re. Non si poteva; impedivano il passo i soldati; ricusava, chiamato al rumore, il gentiluomo di camera.

—Mio buon signor Noguera!—gridava il capitano Fiesco.—Non siate così duro con me. Vogliate annunziarmi a Sua Altezza. Se non può ricevermi subito, aspetterò. Sapete pure, signor conte; ho avuto udienza quest’oggi, non sono ancora due ore passate; e lunga udienza, vi ricordate?

—Appunto per ciò, non potrebbe parere bastante?—notò il conte di Noguera.—Ci sono altri che hanno diritto. Del resto, son gentiluomo;—soggiunse egli, accostandosi, e traendo il conte Fiesco in disparte,—non voglio ingannare nessuno. Per quanto vi lasciassi star qui ad aspettare, oggi Sua Altezza non vi riceverebbe.

—E perchè, di grazia? perchè?

—Non sono visibile, mi ha detto, se non per duchi e marchesi di Castiglia e d’Aragona, per il razionale di Castiglia e per l’arcivescovo di Toledo. Son queste,—soggiunse il Noguera,—le precise parole del re. Voi siete escluso. Se non foste escluso, Sua Altezza, ricordando il suo recente colloquio con voi, avrebbe aggiunto: e il signor conte di Lavagna. Non l’ha aggiunto; ed io, con tutto il dispiacere che una necessità come questa mi potrebbe cagionare, sarei costretto a rimandarvi fuori. Vi prego, conte, non mi obbligate ad esser severo con un gentiluomo come voi siete.—