Accolse egli a festa don Bartolomeo Colombo e il capitano Fiesco: udì la ragione della loro venuta, ascoltò attentamente il racconto che gli facevano, battè un pochino le labbra, e poi disse al Fiesco:

—L’arcivescovo di Toledo è un uomo virtuoso; fidate in lui, signor conte.

—Le parole di Vostra Eccellenza mi rassicurano;—rispose il Fiesco.—Ma, se io ho ben veduto, un certo moto delle vostre labbra mi dovrebbe tenere in pensiero.—

Sorrise il domenicano, e ripigliò placidamente:

—Non vi maravigliate di un moto involontario, essendo un mal vezzo dei nostri poveri nervi. Ma con voi, degni gentiluomini, si può fare a fidanza. Il Ximenes è la virtù in persona: solamente è un po’ debole, innanzi a certi voleri, che potrebbero forse trovarlo più risoluto. Ma, ripeto, è un sant’uomo; quello ch’egli dirà di fare, certamente farà. Ad ogni modo, e senza saper nulla del vostro bisogno, vi presenterò io, vi raccomanderò io a Sua Eccellenza. Siete contento?—

Il capitano Fiesco s’inchinò, ringraziandolo; e l’arcivescovo di Siviglia si degnò di presentarlo egli stesso al primate della chiesa di Spagna.

Francesco di Cisneros Ximenes, arcivescovo di Toledo, succeduto in quell’alta dignità al buon cardinale Mendoza, doveva ancora aspettare un anno il cappello cardinalizio, che ottenne poscia da Giulio II. Per intanto, come primate della chiesa di Spagna, e già stato confessore della regina Isabella, il degno prelato, famoso per eccellenza di dottrina e per santità di vita, reggeva l’amministrazione politica del reame di Castiglia. Modesto nell’alta carica, indossava sempre il suo vecchio abito di frate francescano sotto le insegne pontificali: a Toledo viveva in una povera cella, contigua al palazzo arcivescovile; e per allora a Valladolid, seguendo la Corte, non aveva voluto alloggiare nel palazzo regale, troppo fastoso per lui, contentandosi d’un quartierino nel palazzo di giustizia.

E nessuno diceva che quella sua rinunzia ad ogni fasto fosse ostentazione di modestia. Il Ximenes era stato sempre così. Vagheggiava alti disegni, di cui Ferdinando rideva; ma quel sant’uomo lo serviva ad ogni modo, per grande amore che portava alla gloria di Spagna. Di questa sua indole generosa diè prova in tre occasioni solenni: la prima, dichiarandosi apertamente per Ferdinando, quando Filippo d’Austria morì, e della vedova Giovanna non si poteva sperare che con pienezza d’intelletto e fermezza di mano tenesse le redini del governo: la seconda, facendo e guidando egli stesso la fortunata impresa di Orano e di Algeri, che fece strabiliare l’incredulo monarca, tanto ingrato e sconoscente da scrivere al Navarro, comandante militare della spedizione: “impedite al brav’uomo di tornare troppo presto in Ispagna; bisogna lasciargli consumare, quanto più si potrà, la persona e il denaro„. La terza prova, e forse la più solenne, fu data dal Ximenes, quando dalle Cortes riluttanti fece eleggere in fretta re di Castiglia il poco amato e niente desiderato Carlo V, che doveva far ministro invece di lui il fiammingo Adriano d’Utrecht, che poi fu papa col nome di Adriano VI; ed egli, il virtuoso Ximenes, pur di giovare alla Spagna, si rassegnò lietamente al secondo posto, bastando a tutte le gravi cure del governo, che con tanta accortezza aveva sostenute nel primo.

Bontà non è mai troppa; e procede, se mai, da molta virtù. Ma non sempre i Castigliani potevano menar buona tanta virtù al loro concittadino, e ne accusavano più volentieri la debolezza; specie allora, che, viva Giovanna e non pazza ancora agli occhi di tutti, vivo il suo bel Filippo d’Austria, e desideroso di regnare con lei in Castiglia, il Ximenes si mostrava troppo docile ministro dell’Aragonese, e lui desiderando reggente, lavorava con ogni poter suo ad amicargli la riottosa nobiltà Castigliana. Ferdinando possedeva certamente molte qualità necessarie al regnante, specie di quei tempi; tanto che meritò le lodi del Segretario Fiorentino. Ma le guastava tutte col difetto di probità; era ingrato, bugiardo e mancator di parola: non contava nulla i suoi impegni, quando trovasse il suo tornaconto a violarli. E così poco si vergognava della sua perfidia, che se ne faceva bello quante volte gli riuscisse a bene. Udito un giorno che Luigi XII si doleva d’esserne stato ingannato una volta, “quell’ubbriacone ha mentito„ diss’egli, “perchè l’ho ingannato tre volte„. E un principe italiano diceva di lui: “prima di far capitale de’ suoi giuramenti, vorrei sentirlo giurare per un Dio, nel quale egli credesse„.

Ferdinando il Cattolico è qui giudicato: non ci maravigliamo dunque che non lo amasse l’arcivescovo di Siviglia, e che, per effetto della troppa sua condiscendenza al re d’Aragona, tacciasse di debolezza il virtuoso arcivescovo di Toledo.