Tornava frattanto alla mente del Fiesco il risolino del Ximenes, quando si era sentito accennare alle Fiandre. E se ne apriva coll’amico. Che cosa poteva significare quel risolino dell’arcivescovo di Toledo? E che segreto era quello del re, a proposito delle Fiandre, che l’arcivescovo riconosceva con tanta soddisfazione essere stato così bene custodito?

—Amico mio,—rispondeva l’Adelantado,—vorrà dire che dal lato delle Fiandre sono sicuri; che il re non ha timori, sapendo impazzita davvero la sua figliuola e rivale; che finalmente, e questo è il peggio, da quella parte là non c’è più da sperar nulla per noi.

—L’ho pensato ancor io;—disse il Fiesco.—Ma allora è inutile che temano, e chiedano man forte alla Francia.

—Eh, non si sa mai;—replicava l’Adelantado.—Se Giovanna è pazza, non è scemo il marito, e può cagionar dispiaceri, forte com’è dell’appoggio di suo padre, l’imperatore Massimiliano d’Austria. Castiglia è poco disposta a riconoscere l’autorità di Ferdinando d’Aragona. Non potrebbe ella voltarglisi contro?—

Il resto della giornata passò in ansie continue per il povero capitano, che quando non aveva l’amico a tenerlo occupato coi ragionamenti, si lasciava andare alla disperazione, e piangeva come un bambino. E non era un animo fiacco: ma in quella inerzia forzata, non aveva altro sfogo che le lagrime. Nè v’hanno poi animi forti contro un dolore che terribili incertezze rendano sempre più acuto.

Fior d’oro! povera donna cara! che sarebbe avvenuto di lei? come viveva in quelle ore? Il ministro di Ferdinando aveva promesso che sarebbe stata trattata bene, con tutto il rispetto dovuto ad una regina. E il poveretto amava ad ogni tanto richiamarsi a mente le parole del Ximenes. Certo, quell’uomo era debole, come lo aveva giudicato Diego di Deza; ma non si poteva negare che fosse un uomo virtuoso. Debole, finalmente, era fatto dal vivo amore di patria, che i suoi concittadini non mostravano di intendere, e a cui uno straniero era tanto meno obbligato di render giustizia: ma le sue intenzioni erano pure; le aveva chiarite egli stesso, con sincerità tanto più bella, quanto più era stata spontanea. Sì, il Ximenes avrebbe fatto ciò che prometteva. Non aveva egli anche giurato per la sua croce? Ma questo per il tempo che il capitano Fiesco sarebbe stato lontano. E se tornava senza aver nulla ottenuto? Cessava la pietà del ministro, e sottentrava la durezza del re. Trattata come una regina!... Sì; e non si poteva ricordar troppo, allora, che Fior d’oro era stata regina, e condannata ad una morte ignominiosa?... Orribile pensiero, che faceva fremere, raccapricciar di spavento! E c’era intanto da piangere di disperazione, in una notte lunga, lunga, che non voleva finire mai più.

La mattina seguente, appena gli parve ora da ciò (ed era già in volta da un pezzo) il capitano Fiesco andò al palazzo di giustizia. L’arcivescovo di Toledo lo ricevette senza indugio, e lo accolse con un bel sorriso paterno.

—Ho buone notizie per voi;—gli disse subito.—È tranquilla. L’ho veduta io medesimo.

—Stamane! già?

—Sì, stamane, signor conte. Voi venite per tempo; ma io sono stato anche più pronto a lasciare il letto. I vecchi, figliuol mio, dormono così poco! È tranquilla, vi ripeto, ed anche di buon animo. Le ho detto che pensate a lei, cercando di abbreviare i termini della sua liberazione, e correndo perciò a prender le carte comprovanti il vostro matrimonio. Non era bene che le si parlasse d’altre imputazioni; vi pare?