— Perchè? — mi disse ella, guardandomi con mesta cura nel viso. — Non toccherai più la cetra? Il mio cembalo non ripeterà più le tue melodie?
— No! mi sento morire; il solo vederti mi duole; il rimanerti accanto mi sarebbe un supplizio dell'Erebo. —
Ella chinò il capo e rimase inerte, con le mani prosciolte sulle ginocchia. Io mi alzai e, salutandola con un gesto disperato, varcai rapidamente quella soglia, per la quale io non dovevo tornare più mai.
Mi ridussi a casa e visitai il mio scrigno. Gli avanzi delle mie ricchezze erano là dentro; diecimila sesterzi, un nulla per le consuetudini del mio vivere in Roma. Congedai i parassiti; mandai liberi i servi, e al più fedele donai, insieme alla libertà, una parte del mio oro.
Allora mi vidi solo, deserto d'ogni gioia, d'ogni speranza nella vita, e non piansi. Smemorato, quasi ebbro, errai molti giorni per la città, non vedendo, non riconoscendo nessuno. Due mesi dopo, ero soldato, e partivo, con la legione a cui m'ero scritto, alla volta dell'estrema Germania, dove la guerra riardeva, tra l'impero e i popoli barbari. Colà, dimenticate le sontuose cene e le profumate dolcezze del mio cielo, nelle stragi che le aquile nostre seminavano sul loro cammino, nei tripudii e nelle gioie bestiali del campo, giunsi a tale da non riconoscere, in breve corso di tempo, me stesso.
Talvolta, a dir vero, mi assaliva amaro il ricordo di avere avuto amici e di avere amato; ma erano sprazzi di luce, brevi e fugaci come i lampi in un cielo ingombro di nubi caliginose, e la mia anima tornava ad errare inconscia nel buio.
La Parca mi rispettò, siccome un capo sacro alle Erinni. E certo alcun che di fatale ebbe ad esservi nel richiamo della legione, ov'io combattevo, a Roma. Tornare a Roma era per me una sciagura, tanto più grave in quanto che io la sentivo cadermi addosso e non potevo definirla, come avviene di pericoli ignoti che ci minacciano in sogno. E non era il pensiero di trovarmi soldato umile colà dove ero stato ricco e spensierato cavaliere, che mi pungesse; nè lo amor di Cecilia, che si era come assopito nel profondo del cuore e quasi dimenticato. Tremavo, e non sapevo il perchè.
Quando giunsi a Roma, dopo due anni di assenza, nessuno mi riconosceva più. D'altra parte, le mie nuove consuetudini non mi conducevano mai agli antichi ritrovi; io vivevo, per così dire, in una nuova Roma, per lo innanzi a me sconosciuta. Seppi di Volumnio che era tribuno nelle legioni di Tracia; di Cecilia non sapevo, nè amavo chiedere; solo il caso mi fece un giorno conoscere che da un anno ella era andata a nozze, e che l'avventuroso consorte aveva nome Valeriano.
Per Giove! credetti morirne, quel giorno. Tutte le mie ricordanze si svegliarono ad un tratto; le antiche fiamme mi divamparono nel seno, e mi riconobbi ancora per quel di prima, con tutte le acerbe trafitture del passato. Io penso che se quelle angosce fossero durate, in breve ora sarebbe volata l'ignuda anima a Dite; e certo sarebbe stato il mio meglio. Ma così non fu; l'eccesso del dolore affogai nella crapula e nel giuoco, e alla dimane credetti essere risanato per sempre.
Ero, credetemi, il primo bevitore, come il primo e più accanito feritore della centuria. Chi mai nelle taverne della Suburra, stupidamente inteso a cioncar falso Massico e Falerno inacetito, o a ricambiar carezze a taluna di quelle sconcie femmine che lo attorniavano, avrebbe riconosciuto Calisto, il profumato garzone di Corinto, l'amante della pudica Cecilia?