Un giorno finalmente la vidi. Ella tornava, come seppi di poi, dalla villa di Valeriano sull'Aniene. Era adagiata su d'una lettiga, coperta di candido bisso, e le veniva accanto il suo Valeriano, giovine, bello ed altiero. Ella era ancor più leggiadra del volto che non fosse dapprima, e più lieta che io non usassi vederla nella casa paterna.
Valeriano, misurando il suo passo su quello degli schiavi che portavano la lettiga, inchinava il capo verso Cecilia, ed ella sorrideva dolcemente alle parole di lui. Tu non sei dunque, chiedevo io, tu non sei più la casta Diana? Sei discesa tu pure da quel trono di luce che l'amor mio ti aveva edificato sulle stelle?
Avevo io semplicemente pensato, o il mio pensiero m'era uscito dalle labbra con improvvide parole? Cecilia volse il capo; mi vide e rabbrividì: Valeriano, sul quale io aveva piantato due occhi infiammati, stringendo i pugni in atto di avventarmi su lui, mi fulminò di uno sguardo....
La lettiga passò, ed io non vidi più altro.
— Orbene, collega, — mi dissero alla sera i compagni, — che strana malinconia ti ha preso quest'oggi? Tu sei stato ad un pelo di farla grossa.
— Io? non so....
— Come? non ti ricordi? T'eri scagliato come una pantera sulla lettiga e sulla gente del patrizio Valeriano! e se noi non eravamo là per trattenerti, tu correvi un bel risico; chè i suoi servi t'avrebbero accoppato come un cane. Buon per te che sei uscito dei sensi.... —
Il giorno dopo, mentre ero ancora tutto confuso e sdegnato contro me, contro tutti, fui chiamato al cospetto di Almaco, il terribile prefetto di Roma, il cui nome facea tremare la gente, assai più che la presenza dello stesso imperatore.
— Che cosa vorrà da me quest'altro? — pensai; e la mia mente correva alla scena del giorno innanzi. I compagni pensarono che un grave malanno mi sovrastasse, e mi videro partire come un uomo che non dovesse tornare mai più.
Io tremavo, e le gambe mi reggevano a stento; pure andai, e fui tosto chiamato innanzi al prefetto.