VI.

Almaco mi squadrò dal capo alle piante con occhio scrutatore, in quella che io cercavo di farmi più animo che potessi, e mi rivolse la parola:

— Sei tu greco?

— Sì, sono, — risposi.

— Sei tu che ieri, sulla via Tiburtina, volevi scagliarti sulla lettiga del patrizio Valeriano? Rispondi! —

È fatta, pensai tra me; il prefetto mi vuol morto, e sia; avrò tanto di meno a patire. Questo pensiero mi fece tornare il sangue nelle vene; avevo dinanzi agli occhi un pericolo certo, e non ero uomo da dare indietro. Però risposi con voce ferma e con piglio tranquillo:

— Sono quel desso.

— E perchè? Quali erano i tuoi disegni? — mi chiese Almaco, guardandomi sempre fisso negli occhi.

— Almaco, — risposi io senza indugio, — tu sei potentissimo in Roma e per tutto il suo vasto impero. La mia vita è tua; fammi crocifiggere, ma non mi chiedere, te ne prego, il mio segreto. Io odio quell'uomo.... —

Con queste parole io mettevo a repentaglio la vita, e perchè l'animo mi bastasse a dirle, io non avevo alzato gli occhi a guardare il prefetto. Egli non mi rispose nulla, e quel breve momento di silenzio fu per me un secolo di angosciosa aspettazione. Gli orecchi mi fischiavano, il pavimento mi traballava sotto i piedi. Allora, sollevando con disperata audacia lo sguardo fino al mio giudice, che mi pareva lontano lontano, mi avvidi che egli mi stava curiosamente guatando e sorrideva.