Io, come dissi, stavo per mancare; le gambe non mi reggevano più. Ma la vista del manigoldo mi rese le forze. Lasciar cadere, accompagnandolo un tratto, il corpo di Cecilia, e scagliarmi contro di lui, fu un punto solo.

— Fatti innanzi, Trebazio! Tu sai maneggiar bene la spada contro gli inermi. Vieni ora a provarti con me! —

Tutti i vicini si cansarono. Il mio fiero atteggiamento, lo stupore del grave fatto recente, i lampi d'ira che la disperazione mi sprizzava dagli occhi, li fecero stare dubitosi ed incerti. Però si fece largo accanto a noi, e tutti erano là muti, ansiosi e trepidanti spettatori di quella nuova scena di sangue.

Trebazio era un codardo, e allora sì, me ne avvidi. Egli, dopo essere balzato indietro d'un salto, girò gli occhi tutt'intorno a guardare i compagni, e impallidì al vedersi abbandonato. Forse allora lo assalsero quei pensieri disperati che a me avevano fatto tremare il cuore (non già per me tuttavia) pochi momenti dapprima. E come si vide solo, di contro a me, intese che la era finita per lui, se non metteva tutti i suoi accorgimenti e le astuzie a difendere aspramente la sua vita minacciata.

Tutto questo io lessi nel pallore di morte che gli imbiancava le guance e la fronte, e il sorriso di trionfo che mi siedeva sulle labbra gli disse molto chiaramente com'io l'avessi inteso. Digrignò i denti e si pose in atto di difesa, coi nervi tesi e lo sguardo pronto ad ogni mio gesto, ad ogni moto del mio ferro.

Io lo investii con veemenza, raddoppiando i colpi per modo da non gli conceder tempo a rispondere. Però egli fu costretto a parare come poteva meglio, sfuggendomi or da un lato or dall'altro, dando indietro e avventandosi poi, per cansarsi da capo, con la scioltezza e la rapidità di un serpente.

Ma tutte queste arti non gli furono di gran giovamento, perchè il furore m'aveva fatto dieci volte più forte di lui. Gli fui sopra, a malgrado dei suoi colpi disperati, e con la manca andai diritto ad agguantargli la strozza.

— Greco! — disse egli rabbiosamente, in quella che tentava sfuggirmi. — Tu sei più forte di me! —

Furono le sue ultime parole, imperocchè, afferratolo per bene, io mi diedi a stringere sempre più forte. Il volto, di livido che era, gli si fe' pavonazzo; gli occhi schizzarono fuor dalle orbite, e il rantolo affannoso del petto, più che segno di dolore, era bestemmia, la quale non trovava più il varco. Io sentii in quel tratto la sua spada cercarmi il fianco; e fu ventura che avesse da prima trovato il mio cingolo di cuoio; perchè io ebbi il tempo di attraversare una gamba nelle sue, e poi, premendo fortemente il braccio, rovesciarlo sul pavimento.

Allora egli non ebbe più modo di difendersi, mise un ruggito, e la mia lama gli entrò tutta quanta nel ventre, per uscirne e tornarvi da capo. E intanto, con la mano alla strozza, gli sollevavo la testa, facendolo percuotere della nuca al suolo, e così ripetutamente e con tanta furia, che in breve ora ebbe la cervice spezzata. Altri due colpi di taglio sul volto gli tolsero la immagine umana, e non rimase che una massa informe, scompaginata e sanguinolenta.