Ma dove diamine vado io mai? Scusate, o signori; sono vecchio, e la mia testa indebolita vagella. Dove ero rimasto? Ah, ecco, mi ricordo. I soldati avevano paura e non ardivano levare il capo a guardarmi. Ma li guardavo ben io, stando innanzi a loro, con la fronte alta e le braccia conserte sul petto.

Uno di loro finalmente si fece innanzi, tutto dubitoso e con umile atteggiamento mi disse:

— Tu sei il nostro centurione. Comanda pure a noi, tuoi soldati e tuoi servi.

— Sì, sì! — gridarono tutti ad una voce. — Tu sei forte! tu sei magnanimo! —

E così dicendo, vennero con molto strepito e scompiglio a postrarmisi intorno, i più vicini abbracciandomi le ginocchia, o tendendo le palme. Io durai molta fatica a svincolarmi da quelle strette.

— Basta! basta, vi dico. Andate là; conducete via i prigioni. I vostri diportamenti mi mostreranno se meritate perdono. E tu, — dissi al primo che aveva parlato, — aiutami a rialzar questa donna. Come ti chiami?

— Manete; — rispose egli.

— Manete, — soggiunsi allora, — se tu avessi dette un'ora prima quelle parole, tu avresti serbato alla terra la più bella delle sue creature. —

Il soldato chinò la testa con aria impacciata, e mi si fece accanto per aiutarmi nel pietoso ufficio. Gli altri intanto s'erano sparpagliati lungo le buie arcate, per condurre all'aperto i prigioni.

Guardai allora la misera trafitta. Lo sdegno mi era uscito dal cuore e le forze m'erano venute meno del pari. Povera Cecilia! Ella era distesa al suolo e pareva che pudicamente dormisse, colle membra in bell'atto composte. Aveva pallido pallido il volto; la ferita le tingeva di una larga macchia le bianche vesti. Corsi a metterle una mano sul cuore. Dio immortale! il gelo della morte non si sentiva per anco; il cuore batteva.