— Io? Che cosa? Non so.... non mi rammento.... C'è molto buio qua dentro, molto buio.... —

E così dicendo egli accennava la testa; poi, come se gli fosse sovvenuto di qualche cosa, chinò gli occhi sulla tovaglia e si diede a scorrer con le dita sull'orlo della tavola, come sulla tastiera di un cembalo, canticchiando tra i denti una bizzarra melodia.

— Che cosa suonate? — gli domandai allora.

— Suono il suo inno. Sapete? la Chiesa le ne ha intitolati moltissimi, e di gran pregio; ma questo li supera tutti quanti a gran pezza. Io suono sempre questo, e quando lo suono, odo gli applausi di una moltitudine estatica, che dalla terra si stende su fino al cielo per una scala invisibile. Soltanto Cecilia vedono i miei occhi, soltanto Cecilia, che viene a posare le candide mani sul mio capo, a tergerne il sudore, e a rallegrar di un sorriso angelico le mie veglie sconsolate. —

Dette queste cose, il suonatore ricadde nel suo silenzio, nè ci fu modo di smuoverlo.

Erano già le undici di sera. Il tempo era trascorso rapidamente e senza che noi ce ne fossimo pure avveduti, tanta era la nostra attenzione al suo maraviglioso racconto. Tiberino fu il primo a notarlo, come il solo di noi cinque, il quale in que' tempi avesse tenuto fede al suo orologio.

Claudite iam rivos, pueri, sat prata biberunt; — diss'egli, dopo che ci ebbe fatte considerar per bene le lancette.

— O come? — chiese Battista, tornando a contarsi i peli sulle guance, in segno di grande incertezza. — Ce ne andremo così senza saperne altro?

— Cavane di più, se ti vien fatto; — rispose l'altro. — Quella è una botte a cui s'è spillato tutto il suo vino, e tu vorresti suggere il cocchiume.

— Aspettate! — diss'io. — Anche a suggere un cocchiume di botte, ci s'ha da sentir qualche cosa; non foss'altro, il sapore del vino, che ha tenuto racchiuso.