— Provati dunque, — ripigliò Tiberino, — e spicciati. —

Spicciati! Era presto detto, ed io non avevo ancora in testa un disegno formato. Intanto gli altri s'erano volti a me, come se io già avessi trovate le parole magiche di Alì Baba, per aprir la spelonca dei ladri.

Feci allora come que' tali improvvisatori, che incominciano un sonetto senza aver preparata la chiusa, fidandosi alla ispirazione che verrà loro da questa o da quell'altra delle rime obbligate, e ripigliai l'interrogatorio del pover'uomo.

— Vi chiamate voi proprio Calisto?

— Ne dubitate? — rispose egli, alzando gli occhi a me con aria di maraviglia.

— Sì, ne dubito, e non ve ne incresca. Io non crederò mai che voi siate degno della protezione della santa, se non mi fate vedere il vostro passaporto, od altra carta che faccia testimonianza della vostra persona.

— Eccovela, questa carta! — soggiunse il suonatore. — È appunto il mio passaporto. — E così dicendo trasse dal seno un sudicio libretto colle copertine di marocchino, tutte corrose dal tempo, dal sudore e dallo strofinio delle mani.

Presi il libretto, e spiegata la carta che v'era accomodata per entro, lessi, alla data di cinque anni prima, le note seguenti: «Calisto Caselli, di anni quarantatre, nato a Dego, suonatore ambulante.» Venivano poi i contrassegni, con tutti i loro bravi idem, e il solito svolazzo di penna sotto la rubrica dei segni particolari.

— Si chiama infatti Calisto; — dissi io, guardando i compagni, che mi si erano fatti attorno per leggere anch'essi.

— Calisto, infatti, e Calisto Caselli! — soggiunse Tito. — E adesso ne sappiamo come prima.