— Adagio! — risposi. — Sappiamo dove è nato, come si chiama, e vi par poco? Faremo le nostre indagini....

— Bravo! — interruppe Tiberino. — Per sapere che c'era, che poi se ne era andato a buscarsi il pane, e che è divenuto pazzo, se pure non lo era di già.

— Vedremo. Da cosa nasce cosa, e il tempo la governa.

Amen! — risposero tutti in coro, come per darmi la baia.

Tra amici queste erano cose permesse, ed io non me ne recai più che tanto. Uscimmo allora dall'osteria, e il signor Calisto Caselli con noi.

Il pover'uomo sembrava non ricordarsi più di nulla, ed era tornato opaco come una lucciola, dopo che ha messo fuori il suo raggio fosforescente. Egli ci seguitava come se fossimo i suoi più vecchi amici, e si andasse di brigata a zonzo per la città.

Noi lo conducemmo a casa di Tito e di Battista, i quali tenevano insieme un piccolo quartierino di quattro stanze in via Giulia. Gli demmo una giubba, un paio di calzoni, una camicia e qualche altro capo di vestiario; ci mettemmo a tributo, per dargli qualche lira oltre lo scudo di Tiberino; e così rimpannucciato lo mandammo con Dio.

Il povero pazzo non sapeva a che cosa attribuire tanta liberalità, e si sbracciava in ringraziamenti.

— Andate pure, maestro, — gli dissi io; — voi non ci siete debitore di nulla. Io caverò un costrutto dal vostro racconto, un giorno o l'altro, e Dio voglia che lo paghino a me gli editori, come era giusto che lo pagassimo a voi. —

XI.