Ero dunque rimasto, per mia elezione, depositario del racconto e incaricato di darne la conclusione. Ma qui stava il guaio.

Per qualche giorno me ne dimenticai, e agli amici, i quali mi chiedevano se avessi scritto al sindaco di Dego, usavo rispondere che sì, e non era vero; cosa che del resto è sempre stata nelle mie consuetudini.

La natura, creando me, mi diede, insieme con la famosa sentenza inflitta a tutti gli uomini, da Adamo in poi, questo comandamento: «Tu non scriverai lettere.» E cotesto sappiano intanto gli amici miei, i quali, mentre io sto buttando giù queste pagine, aspettano forse che io tenga vivo il carteggio.

Io non diventerò mai un grand'uomo; e ci corre! Ma se, per una sciagura, che Dio tenga lontana, tutti i miei compaesani diventassero ciechi ed io fossi uno dei pochi che ci vedessero ancora da un occhio, se lo sappia il signor Felice Le Monnier in anticipazione, io non lascerò dieci pagine di mio, da potersene fare uno zinzino di epistolario.

Ora torno nel seminato. Gli amici per un pezzo seguitarono ogni giorno a chiedermi: hai tu scritto a quel sindaco? E tanto me ne chiesero, e tanto, che un giorno scrissi davvero, per domandar contezza del nostro suonatore ambulante. Ma il segretario comunale di Dego doveva essere un grand'uomo della mia risma, perchè non rispose mai.

Finalmente vennero gli esami, che ci costrinsero a lasciare l'università del Gran Corso, per tornare nel grembo della fede, vo' dire alla università di via Balbi; e dopo gli esami, dai quali ce la cavammo tutti e cinque con lode, vi prego a crederlo, vennero le vacanze. Gli amici, sciame di passere allegre che hanno condotta a bene la loro nidiata, si sparpagliarono per le campagne vicine e lontane, e non si parlò più di nulla.

Io dimenticai per tal modo il suonatore, santa Cecilia, e perfino il Martirologio.

Ma che volete? C'è un fato anche per i racconti non finiti. Iddio non paga il sabato; e il mio giorno aveva pur da venire.

Tre anni dopo.... Vi prego, o lettori, di saltar tre anni a piè pari: cosa che io spero non vi tornerà disagevole quanto a me è tornato il viverli, giorno per giorno, ora per ora, noia per noia. Tre anni appena! Se io potessi saltarne a questo modo un centinaio, e non aver nemmeno il fastidio di morire, vi so dir io che sarei più felice di un re a cui nasca un principe ereditario, e, nella breve misura delle mie forze, concederei larghezze di molte. Argomentate da questa! Farei grazia a voi altri della continuazione di questa novella.

Tre anni dopo, io me ne ero andato a far la vita campagnuola a Millesimo, bella terra delle Langhe, antica come i Del Carretto che ne erano i feudatari, con case merlate e portici di sesto acuto, con le rovine di un castello sulla Bormida, e un ponte con la torre nel mezzo, la saracinesca e le feritoie per comodo dei balestrieri; ornata infine di un giudice di mandamento, di un parroco, di un sindaco e di una stazione di cinque carabinieri a piedi e di cinque a cavallo.