Ero laggiù per darmi bel tempo, per ragioni di salute, e per altri negozi che non occorre vi stia a dir qui. Me la godevo come un principe, e giuocavo tutti i giorni a tarocchi con le primarie autorità del paese. Lo avere tenuto a battesimo un bambino, recitando il credo da cima a fondo senza incespicare, mi aveva fruttato l'amicizia del parroco, uomo che stava del resto assai volentieri sul gotto, ragionando di archeologia, di cronologia e di tante altre scienze inutili del pari, le quali mi fanno parer meno amara questa valle di lagrime.
Anche il maresciallo dei carabinieri era amicissimo mio; come quegli che pizzicava di latino e ne aveva un centinaio, tra aforismi e proverbi, da citare od ogni tratto, nella sacra lingua del Lazio.
Era un bell'originale, quel maresciallo, che teneva in caserma una scansìa tutta piena di vecchi libri. Il parroco disputava con me sullo ius coxandi, o su certi altri privilegi feudali, e il maresciallo era giudice tra noi. Il parroco citava Strabone, o Plinio, e il maresciallo trovava il modo di ficcar dentro Tolomeo, e la Tavola Peutingeriana.
In una di queste conversazioni gli avvenne di dirne una sublime, la quale io voglio pur riferire, innanzi di proseguire il racconto. Il parroco parlava con molta ammirazione di Tito Livio.
— Oh Tito Livio! — interruppe il maresciallo. — Gran libro, quel Tito Livio! Io, vedano le signorie loro, quando vado a letto, non posso pigliar sonno senza leggerne prima due pagine.
Io fui ad un pelo di rispondergli che una pagina sola avrebbe dovuto bastare; ma tenni la lingua fra i denti. Era egli la prima autorità politica del paese, ed io, da buon cortigiano, dovevo tenermi la celia in corpo.
Del resto, una buona pasta d'uomo, quel maresciallo, e ardito come un leone, quando si trattasse del suo ufficio; uno di quei carabinieri del vecchio stampo, il quale sapeva conciliare la dignità e i doveri del servizio con una urbanità senza pari ed una certa larghezza di modi nelle faccende di minor conto. Era instancabile e quasi feroce nel dar la caccia ai malandrini; ma non ricusava di trincare col primo venuto, nè dimenticava di dare un pizzicotto sulle guance delle Veneri rusticane, che si affacciavano sull'uscio dei casolari per dargli il buon dì. Tutti lo conoscevano e tutti lo rispettavano; il perchè nelle risse campestri, nei tumulti di una fiera, bastava la vista del suo pennacchio rosso e cilestro a rimetter la calma, come il quos ego di Nettuno tra i venti scatenati.
Che Iddio ti benedica, o buon maresciallo, e il ministro della guerra ti conceda un avanzamento, come io te l'auguro dal profondo del cuore.
Il parroco era anch'egli un brav'uomo. Sapendo come io mi sia dato a scrivere su pei diari e non me la intenda troppo bene con santa madre Chiesa, egli non penserà forse lo stesso di me, e m'avrà in conto di un libertino, di un eretico e peggio. Ma io voglio essere generoso coi parroci, e segnatamente con lui, il quale, levato dal capitolo pericoloso delle credenze religiose, era assai tollerante rispetto a tutte le umane miserie, e non dava molestia a nessuno. Il suo forte poi, come ho già detto, era l'archeologia. Era versato in tutte le antichità di quei paesi, più assai di tutti i notai e speziali della provincia, e la sapeva più lunga di cento donnicciuole, intorno ai fatti accaduti nei dintorni, dal cominciar del secolo in poi.
Chi me lo avrebbe mai detto? La provvidenza dovea mandarmi a trovar colaggiù il continuatore del mio racconto, sotto le spoglie di un parroco. Imperocchè, voi già l'avete indovinata, o lettori, questo parroco, del quale mi sono industriato a darvi il ritratto, era proprio l'uomo che faceva al caso mio. Ed eccovi in breve di quali spedienti la provvidenza sullodata si servì per mettermi sulle orme di Calisto Caselli, l'amante sventurato di santa Cecilia.