Don Luigi era molto geloso della sua fama di antiquario e di tenace ricordatore delle memorie paesane. Però egli non poteva neppure ammettere che io lo aiutassi, e non voleva riconoscere di non essersi rammentato a prima giunta. I lettori, del resto, vedranno che don Luigi non aveva il torto, perchè la sua memoria, risvegliata che fosse, avea del miracoloso.

— I Caselli, — proseguì egli allora, — erano una buona famiglia e molto ricca per lo passato. Ma si parla, intendiamoci, di forse trent'anni fa.

— Ci siamo appunto; trent'anni fa. Il mio protagonista ne avrà adesso cinquantuno.

E qui, per dar ragione all'appellativo, raccontai per filo e per segno la storia del suonatore. Don Luigi stette ad ascoltarla tutto silenzioso, nè senza lagrime di compassione.

— Pover'uomo; — disse egli, mettendosi le mani nel capo, com'io ebbi finito. — Io l'ho conosciuto, quel disgraziato. Ero appunto ritornato a casa con gli ordini minori, quando avvenne il triste caso.

— Il triste caso! Ci fu un triste caso? Don Luigi, raccontatemi tutto, per carità non mi fate morir d'impazienza.

— Era un bel giovanotto; — proseguì a dire il mio interlocutore; — e che ingegno! Dio buono, che ingegno! Le nostre Langhe non ne daranno così di leggeri un simigliante. —

Le lodi di don Luigi non erano mica per tutti. Lo avevo udito parlare con molto riserbo di parecchi, i quali ne avevano pure, dello ingegno: e, salvo un ottimo amico mio, nato là presso, al quale tuttavia non sapeva perdonare certi grilli liberaleschi, egli non mi aveva mai detto di alcuno tanto bene in così poche parole. Perciò non è a dire se il povero Calisto mi diventasse un gigante. Egli non mi pareva più così strano, che un gramo suonatore ambulante parlasse con tanta scioltezza elegante e vestisse di tanta erudizione le sue fantasticherie.

— Oh, don Luigi! don Luigi! — dissi io. — Che fortuna per me! Voi dunque mi raccontate questa benedetta storia, che io vo cercando da tre anni?

— Sì, ve la racconterò.... domani.