E, dopo questa conversazione, si lasciarono. Il giovane tuttavia non si partì senza aver prima scongiurato don Bernardo a non far parola con alcuno del suo desiderio, e aggiunse perfino che tutto era per lo migliore, imperocchè il passatempo dell'organo avrebbe potuto distrarlo da studi più gravi.
Quali erano questi studi? Leggicchiare un poco, pensar molto e correre sempre attorno per la campagna. Talvolta i contadini vedevano Calisto nei luoghi più strani, sulla cresta delle montagne, lontano parecchie miglia dal Castagneto, e godersela meglio dove i monti erano più brulli e dove il vento soffiava impetuoso. Quando egli era in uno di quei punti prediletti, si fermava sui due piedi, e stava là con le braccia conserte al petto a guardare, per ore intiere, Dio sa che cosa.
Quanto a scrivere, non fu mai veduto. Giunto appena al Castagneto, egli aveva dato alle fiamme un fascio di lettere, che era come il suo passato; nè prese più, se non rare volte, la penna, per segnare (diceva Vincenzo, uno dei suoi fittaiuoli che stava accanto alla casa padronale e con la sua famiglia gli faceva quei po' servigi di casa) dei punti neri con certe gambe smilze, sovra alcuni fogli di carta rigata. Voi già avrete indovinato che erano note di musica.
Don Bernardo non ebbe dunque il torto a cercar di contentarlo, anche senza sua saputa, presso il padrone del castello. E dico, non ebbe il torto, rammentando che a quel santo uomo si volle ascriver la colpa di tanti malanni che avvennero di poi, come se l'averlo egli tirato al castello, fosse stata l'origine e la causa vera di tutto. Il povero arciprete non fece altro che metterci la buona intenzione; egli d'altra parte non poteva presagire, e nemmeno poi impedire, quello che a Dio piacque accadesse più tardi.
Egli, adunque, essendo spesso dal conte Emanuele, entrò un giorno a parlargli del giovine Caselli e dello stato in cui era.
— Mi dicono, — soggiunse il conte, — che egli sia un giovine assai cupo.
— Sì, cupo, signor conte, ma di buon'indole, e cortese nei modi. Si figuri che va matto per la musica, ed anzi, l'altro dì venne a chiedermi se nella nostra chiesa parrocchiale ci fosse un organo, ch'egli volentieri avrebbe suonato. Ma le nostre rendite non ci hanno ancora consentito di fare quella grossa spesa, ed io ho dovuto dirgli che non c'era.
— Bravo! — esclamò il conte. — Non c'è qui l'organo della cappella? Poteva ben dirglielo!
— E gliel'ho detto, non dubiti; ma Ella intende benissimo, signor conte, che io non potevo profferirgli cosa non mia. Poi, se la memoria non mi tradisce, l'organo ha bisogno di cerusico.
— Ella, don Bernardo carissimo, è padrone di casa mia e può disporne come le aggrada. In quanto al cerusico, come lo chiama, penserò io, e manderò anzi domani per un organista a Mondovì. Dica dunque al suo amico che venga pure al castello, dove la sua presenza sarà molto gradita. Egli, se non ho male inteso, deve aver lasciato il castello in assai tenera età, e non gli sarà forse discaro vedere i luoghi della sua infanzia. Anch'io l'ho passata qui, la mia infanzia, e so per prova che certe memorie non si cancellano.