— Oh! per cotesto, signor conte, non credo che sia invito da fargli. È un giovine malinconico, com'Ella sa, e non ama far conoscenze.

— Orbene, io non cerco nessuno, — disse il conte Emanuele. — Se vorrà suonar l'organo, tutte le domeniche, alle dieci del mattino, abbiamo la messa. Egli può entrare nella cappella, senza neppur vedere le scale di casa mia. Va bene così? —

Il conte Emanuele voleva, con queste parole buttate là a caso, mostrare il suo animo liberale, e non gli sapeva male che si avesse, a notare dalla gente, com'egli, il conte di Villa Cervia, usasse cortesia al figlio di quel tale che era stato tanti anni padrone nel suo castello.

Don Bernardo accolse con giubilo l'offerta del conte, e, soddisfatto in cuor suo di averla fatta venire come la cosa più naturale del mondo, non pensò che a vedere il giovine, per dargli la buona novella.

Ma questi, dopo il discorso avuto con lui, non fu più visto, e passarono tre settimane senza che l'arciprete lo incontrasse nelle vie del paesello. L'organo intanto era aggiustato e accordato a dovere; e don Bernardo, non isperando di vedere il suo futuro suonatore se egli stesso non andava a cercarlo, pigliò una deliberazione, e, con l'aria e l'andatura di chi se ne va a diporto, s'incamminò alla volta del Castagneto.

Poco lontano dalla casa padronale, e appunto dove la strada, correndo per un tratto in pianura, formava come un viale, ombreggiato da grossi e frondosi castagni, egli s'imbattè in Calisto, che passeggiava con un libro in mano, ma con la mano e col libro dietro le spalle, in atto di chi medita sulle cose lette.

Come ebbe appena veduto il parroco, Calisto gli corse incontro, e chiestogli della sua salute, lo pregò che volesse salire da lui a riposarsi un tratto e far colazione in compagnia.

— No, la ringrazio, — disse don Bernardo. — Ho ancora una mezz'oretta di strada a fare, per un certo negozio, e non posso fermarmi. Sarà per un'altra volta. Intanto, poichè sono da queste parti e la vedo, le dirò che il signor conte di Villa Cervia, udito da me come ella sia dilettante di musica, la prega di accettare l'offerta che egli le fa, di disporre dell'organo della cappella, come di cosa sua. —

A queste parole che don Bernardo aveva infilzate in fretta, per dar loro una certa aria di naturalezza, il giovine stette un po' in forse; ma, rassicurato da lui intorno al modo con cui era stata fatta l'offerta, e dettogli per giunta che non avrebbe dovuto entrare in casa del conte, accettò l'invito; ed anzi, manifestando quasi una gioia fanciullesca, afferrò le mani del parroco e lo ringraziò caldamente.

— Veda, don Bernardo, — gli disse con una scioltezza affettuosa di parole che non aveva mostrata fino a quel punto, — io amo la musica sopra ogni altra cosa al mondo. Ho studiato di molte cose: storia, letteratura, lingue straniere, parecchie delle quali per la dimora fatta e per l'uso assiduo in molti paesi. Non ho che ventidue anni, ma ho già vissuto come se ne avessi trenta. Tutto ora m'è venuto a fastidio, tranne la musica. Il sapere un pochino di contrappunto mi aiuta a mettere in carta tutte le fantasie musicali che mi vengono in capo, ed è questa l'unica consolazione che mi sia rimasta. Io sarò dunque lieto di avere uno strumento da suonarne qualcheduna, e godo di andar debitore a lei di questa buona ventura. —