Ho tutti questi particolari dalla bocca stessa di don Bernardo, come potete argomentar di leggieri. Egli stesso mi narrò che la domenica seguente andarono insieme alla cappella dei Villa Cervia. Calisto, nel pigliar l'erta del castello, era fortemente commosso, e allo svoltar della strada, dove quell'edifizio si lascia scorgere in tutta la maestà delle sue forme, dal mezzo di due quercie secolari, piantate all'ingresso di una piazzetta bastionata, egli si fermò; e don Bernardo, che gli era a braccetto, lo sentì tremar tutto.
Il giovine guardò il castello, guardò le due quercie in mezzo alle quali doveva passare, per giungere sulla piazzetta, e facendosi scorrere il dosso della mano sulle ciglia, come per asciugare una lagrima, mormorò a bassa voce:
— Madre mia! madre mia! —
Sotto una di quelle piante annose, l'angelica donna, la madre di Calisto, usava sedersi a meriggiare nelle calde ore di estate. Quante memorie dovette destare nell'animo del giovine la vista improvvisa di quel luogo, dopo tanti anni di assenza, lo lascio pensare a voi.
— Madre mia! madre mia! — ripetè egli ancora una volta, col medesimo accento; poi, affrettando il passo sulla piazzetta, trascinò il compagno a sinistra, dov'era la cappella, senza voltar neppure la testa alla porta principale del castello; salì difilato la gradinata, e di là, poichè ebbe lasciato don Bernardo, corse sull'orchestra e si pose a sedere davanti all'organo.
La messa stava per cominciare. Il conte Emanuele era andato in quel punto a sedersi nella sua tribuna presso l'altare, e le panche della chiesuola erano occupate dai famigli, da alcuni del vicinato e da una turba di contadini.
Allora le canne dell'organo incominciarono a mandar fuori i suoni che il giovane andava risvegliando sulla tastiera con mano maestra. Egli, per tutto il tempo che durò la cerimonia, non suonò neppure un'aria di opere da teatro, ma gravi armonie, improntate di uno schietto sentimento religioso, che mirabilmente accompagnavano la preghiera, se forse non è più acconcio il dire che la inspiravano.
Finita la messa, il conte Emanuele aveva voluto vedere Calisto per ringraziarlo della stupenda musica che questi aveva fatta; ma Calisto era scomparso. Giovanni, il vecchio domestico del conte, non rifiniva dal dirne il maggior bene, mostrandosi innamorato di lui. Egli era andato sull'orchestra, e diceva al padrone di non aver mai veduto un viso più nobile e un suonator più valente.
Lascio pensare a voi come, dopo quella mattina, la cappella di Villa Cervia fosse affollata ogni domenica. Assai più scarso s'era fatto il numero dei devoti alla chiesa parrocchiale; tutti correvano al castello per udire il dilettante, e quando la cappella era stipata di gente, i devoti ascoltatori s'inginocchiavano sulla gradinata, stavano in piedi sulla piazzetta, dolenti di essere giunti per gli ultimi.
Calisto non si lasciava mai vedere dal conte. Finita la messa, egli infilava la scaletta dell'orchestra e scantonava issofatto; poi, per tutto quel giorno, se ne andava soletto nei luoghi più remoti, non tornando che tardissimo al Castagneto, per desinare. Del resto, la solita vita, le solite occupazioni.