In quel frattempo il castello aveva accolto nuovi abitatori: la contessina Cecilia di Villa Cervia, uscita da un monastero di Lione, era venuta a dimorare col padre.

XIII.

La contessina Cecilia era il più bel tipo di donna bionda che vi poteste immaginare. Anzitutto non era bionda, come generalmente s'intende delle donne, le quali non hanno i capegli neri, nè castagni, nè rossi. Erano capegli d'oro, i suoi, come li hanno dipinti Raffaello Sanzio e Leonardo da Vinci, epperò sempre accompagnati da una carnagione bianca e rosea, ma viva di colorito, da lineamenti aggraziati, e da occhi grandi e nerissimi. Era poi snella della persona, sebbene non potesse raffigurarsi allo smilzo tronco del pioppo, di portamento leggiadro, e infine (che vi dirò?) non aveva che diciotto anni.

Nulla poi di affettato nei suoi modi: semplice era, mite e dignitosa, come dovevano certamente essere quelle sante castellane del medio evo, le quali si preparavano alla canonizzazione, in quella che i loro mariti combattevano coi musulmani in Soria.

E volete credere? fu questo il pensiero che nacque in tutta la gente del paese, al veder la contessina di Villa Cervia; tanto è vero che il cuore non conosce disparità d'ingegno, nè di coltura.

Il conte Emanuele, tosto che per l'arrivo della figliuola ebbe ricevute le visite del sindaco e delle famiglie notabili, volle condurla egli stesso a ricambiare le loro cortesie. La contessina Cecilia, che io vidi quel giorno per la prima volta, era vestita con quella elegante semplicità, che è il migliore adornamento della bellezza. Indossava una veste di seta nera che le saliva fino al collo, donde usciva una gorgieretta di tela finissima, con le maniche strette alle braccia, giusta la foggia di quel tempo, e i polsini bianchi rivoltati. Una pellegrina di pizzo di Fiandra, portata con disinvoltura, come se fosse il più modesto scialle, e una pezzuola di merletto nero sul capo, la quale dava risalto all'aurea capigliatura, compivano il vestimento di quella bellissima giovinetta.

La gente si fermava estatica lungo la strada e sugli usci delle botteghe a guardarla. — È la signorina del castello! — dicevano. — Ve', come è carina! che aria di bontà! E come saluta tutti senza fasto e senza sussiego! Par proprio una santa!

Questo fu il nome che le rimase, e nel paesello non ne ebbe più altro che quello di santa. Nome che le andava proprio a capello, imperocchè le opere sue, come il viso e il portamento, furono tali da farnela meritevole. Ella era ogni mattina nei dintorni, accompagnata da Giovanni, il vecchio e fedel servitore del Villa Cervia, per andare a visitare la povera gente, a consolare i malati, ad alleviar le sventure domestiche, tutta sorrisi, tutta cortesia, tutta amore.

E cionondimeno v'era della gente a cui la sua venuta non andava a sangue, e che parlava di lei a fior di labbra, con un mucchio di reticenze. Erano queste le signore del vicinato, e certi giovinotti attillati della loro risma; Veneri ecclissate e Adoni distrettuali a cui la schietta bellezza e i modi riguardosi della contessina di Villa Cervia non potevano sicuramente piacere.

La casa del conte era aperta a tutte le persone più ragguardevoli di quei dintorni; ma che volete? Le donne, voglio dir le signore, che fino a quel tempo avevano regnato in paese, ci andavano poco, perchè la contessina era troppo bella e troppo gran dama. Perciò ella era sgraziata anzi che no, duretta, mal vestita, insomma, una vera puppatola.