In quell'ultima sua gita alla cappella, di cui vi ho narrato testè, il giovine Calisto si era accorto che qualche voce dell'organo calava un tantino, e ne parlò a Giovanni, dicendogli che sarebbe tornato il giorno appresso per rimediarvi; però, verso il meriggio, lasciasse aperto l'uscio della cappella.
La dimane, infatti, poco prima dell'ora prefissa, il giovanotto saliva con lenti passi l'erta del castello, assorto nella sua consueta mestizia. Giunto alla piazzetta, gli venne all'orecchio un indistinto mutar di suoni musicali; ma egli era cosiffattamente sovra pensieri, che non vi badò, o, per meglio dire, i suoi orecchi si fecero a quella musica, senza che a lui venisse in mente di cercarne la ragione. Di cotali distrazioni ognuno di noi ne ha avuta la sua parte, e ricorda benissimo che in quei momenti i sensi vanno dietro ad una cosa, mentre lo spirito ne prosegue un'altra, le mille miglia lontana.
Così sbadato, il giovine si avvicinò colla medesima andatura alla gradinata, entrando sempre più nel cerchio delle onde sonore. La cappella risuonava tutta in quel punto di gravi e malinconiche armonie, e a lui parve la cosa più naturale del mondo, e come se la messa fosse incominciata, ed egli medesimo già fosse al suo posto. Cosiffatto scempiarsi delle facoltà mentali non è neppur nuovo nè strano negli uomini che pensano molto, e Calisto, come vi ho detto, era pensieroso e distratto quanto dieci filosofi.
Salì, sempre a quel modo, la scaletta a chiocciola dell'orchestra; andò verso l'organo che fremeva tutto di sonore armonie, e là finalmente, alzati gli occhi, si avvide di non essere solo, e conobbe ad un tempo la vera cagione di quella misteriosa suonata.
Una bella giovinetta, dagli occhi neri che guardavano in alto, dai capegli biondi che le ricadevano sulle spalle, vestita di mussolina bianca con nastri azzurri bellamente disposti sul taglio della vita e sul petto, era seduta dinanzi all'organo, e le sue dita bianche, affusolate, correvano maestrevolmente sulla tastiera.
Voi già avrete riconosciuto in questo bozzetto la leggiadra contessina di Villa Cervia; ma Calisto non la conosceva punto; e in quel momento non gli venne neppure in mente che potesse essere la figlia del conte Emanuele quella bella creatura che gli stava dinanzi agli occhi, fata gentile, che risvegliava col magistero delle sue mani delicate le migliaia dei genietti armonici, nascosti nelle canne dell'organo.
Egli rimase confuso, estatico, a guardarla, rattenendo il respiro, come uomo che sogni e non ami svegliarsi e vedere d'un tratto dileguarsi una diletta visione. Immaginate qual virtù dovesse avere la vista improvvisa di quella bellissima persona sull'animo di un uomo, il quale aveva in giovine età gustate tutte le dolcezze della vita, ma che non aveva amato mai, e da lunga pezza viveva solitario, nutrito di meste fantasie, che mirabilmente dispongono il cuore alla novità degli affetti.
Il concetto dell'amore gli entrò veloce per gli occhi fino al profondo del cuore, al primo veder quella divina fanciulla, sulla cui testa la luce del meriggio pioveva i suoi raggi, temperati dalla rossa cortina della finestra, e gli occhi della quale guardavano in alto, come per derivarne le inspirate melodie che le sue mani andavano traendo dal grave strumento.
Tutto questo avvenne in pochi secondi, chè al rimescolarsi del sangue, allo sprigionarsi della scintilla elettrica, al mutarsi repentino di tutta quanta una esistenza nelle fiamme di un affetto prepotente, non occorre maggior spazio di tempo. E mentre tutto questo avveniva nel cuore del giovane, le sue labbra non avevano avuto che il tempo di mormorare sommessamente: — come è bella! mio Dio, come è bella!
Ma, nel lento volgersi degli occhi, la suonatrice aveva veduto come un'ombra starle d'accanto. Si voltò da quel lato, messe un lieve grido alla vista del giovine, e fe' per alzarsi.