— Altro che! — soggiunse Calisto. — Or ora avete suonato benissimo, signorina, e da cotesto è facile argomentare come siate maestra sul pianoforte.

— Oh, non mi date lode oltre i miei meriti. Il pianoforte era il mio passatempo nel convento, e di quel poco costrutto che ne ho cavato, vo debitrice al grande amore che gli porto.

— Contentatevi, signorina; voi siete come messer Dante Alighieri, il quale ha detto: Vagliami il lungo studio e il grande amore, che m'han fatto cercar lo tuo volume.

— Il paragone, — rispose Cecilia ridendo, — mi farebbe andar molto superba; ma io volevo dire soltanto che ho molto desiderio di sapere, e pochissima scienza. —

Continuò per un bel tratto una di quelle conversazioni senza nè capo nè coda, nella quale la povera scienza, l'organo, il cembalo, Rossini, Beethoven furono altrettanti pretesti per dir con gli occhi e con le più dolci inflessioni della voce che la contessina Cecilia aveva innamorato Calisto, e che quel giovine malinconico e cortese non dispiaceva punto alla contessina.

Dio solo sa dove sarebbero andati a parare con tutti quei loro ghirigori fantastici, se la fanciulla, che si era rimessa a sedere, non si fosse posta sbadatamente a toccar la tastiera, cavandone qualche suonata a mezza voce. Calisto lasciò che andasse innanzi e fu tutto orecchi ad ascoltarla; poi con amichevole libertà si fece a dirle, intanto che ella suonava, come dovesse adoperare coi tasti, quali voci aprire e quali chiudere a tempo.

Questa specie di lezione improvvisata fe' correre assai più spedito il dialogo e più facile e più largo il ricambio dei pensieri tra i due. Cecilia accennava ora un'aria, ora l'altra, secondo il genere di musica o l'autore di cui si parlava; e negli intermezzi si faceva a ringraziare Calisto dei suoi insegnamenti; la qual cosa l'attirò giù giù fino a ringraziarlo della sua cortese assiduità domenicale all'organo della cappella.

— Signorina, — disse Calisto, — non c'è da ringraziarmi per cotesto. Quello che io ricevo è più assai di quello che do, imperocchè nel suonare io trovo un grande conforto, il quale può essere inteso soltanto da chi al pari di me viva tutto solo e scarso di consolazioni.

— È una bella cosa, la musica! — soggiunse Cecilia, che quel malinconico richiamo alle sventure del giovine aveva commossa. — È una bella cosa, ed un grande conforto, in verità. Anche la lettura riesce di sollievo allo spirito.

— Oh, non lo dite, signorina! Io antepongo la musica ad ogni altra cosa, dappoichè essa è una grata sequela di sensazioni, le quali inspirano la mente senza punto vincolarla, e lasciano correre la fantasia, senza tiranneggiare il raziocinio. Il libro vi fa pensare quella data cosa che esso vuole; la parola, vigorosa, ricisa com'è, non consente che una interpetrazione, in quella che la melodia, col suo carattere indefinito, senza precisione di contorni, lascia pensar l'anima, e godere, e dolersi a sua posta. Vi è egli mai avvenuto di star seduta al cembalo, di sera, senza lume nella sala, seguitando sulla tastiera con le dita i vaneggiamenti della fantasia, o con la fantasia i capricciosi trascorrimenti della mano? È quello un diletto che la lettura del più bel libro del mondo non saprebbe darvi; così almeno penso io; o, per meglio dire, pensavo, quando avevo in casa il cembalo consolatore. —