La giovinetta non disse parola e stette a capo chino, forse pensando in cuor suo allo stato di quel povero giovine, che amava tanto la musica e non aveva più un cembalo per consolare le sue veglie malinconiche. Tutto ad un tratto ella si scosse, e provandosi a guardarlo in viso, sebbene cotesto la facesse arrossire, gli chiese con accento deliberato:
— E perchè non avete voluto mai venire da mio padre?
— Perchè? — rispose egli, commosso dalla improvvisa domanda. — Signorina, non crediate che io rifugga dal vedere il conte di Villa Cervia. Soltanto coloro che non mi conoscono possono ascrivere il mio ritegno a rancore, ad odio coperto contro il padrone del castello. Io so molto bene che egli è nell'antica dimora dei suoi, e debbo anzi lodarlo di averla riscattata, appena ne ebbe il destro. Ma voi sapete che in questo luogo io son nato, che qui ho vissuti gli anni felici della mia infanzia, che qui vivono ancora, pur troppo inacerbite, tutte le mie dolci ricordanze. Giovinetto, io attendevo agli studi, in un collegio poco lontano di qui, e sapete che cosa facessi? Per otto mesi continui sospiravo i quattro che avrei passati su questa collina, tra queste mura, accanto a mia madre, alla mia povera madre.
— Era una savia e virtuosa gentildonna, — interruppe Cecilia, — ed ha lasciato tra tutti questi terrazzani un desiderio infinito di sè. —
A queste parole della contessina di Villa Cervia, dette con tanto candore e schiettezza, Calisto si sentì correre un fuoco per tutte le vene. Egli non disse parola, ma, con gli occhi accesi e gonfi di lagrime, le accennava di proseguire.
— Sì, — disse la giovinetta, — quanti ne ho interrogati, tanti mi hanno parlato di lei come di una santa. È veramente una bella cosa lasciare tanta eredità di affetti dietro di sè. Ella soccorreva i poverelli, consolava gli infelici, e, fino a tanto che visse, nessuno fu discacciato da questa dimora ospitale, chiedesse egli pane, o implorasse una proroga a pagar la pigione del campo; però tutti la benedicono e pregano per lei, diventata esempio di bontà e di gentilezza. Io, l'ultima donna dei Villa Cervia, non sono punto gelosa di questo culto alla memoria di vostra madre, e non chiedo a Dio che di poterle rassomigliare.
— Oh, voi siete un angelo, come lei! — gridò Calisto, cadendo a' suoi piedi.
Si era fatta molta strada in breve ora, come vedete. La fanciulla arrossì e si ritrasse; Calisto lasciò andare la sua mano, che in quell'impeto di adorazione aveva afferrata.
— Vogliate scusarmi, signorina! — disse egli, rialzandosi e mettendosi la destra sul cuore. — Voi avete parlato di mia madre come io amo udirne parlare, ma come certo non potevo aspettarmi che ne parlaste voi, di fresco venuta in questi luoghi. Ora uditemi: io non posso entrare laggiù, a vedere quelle stanze dove sono vissuto con lei. Ogni angolo, il vano di una finestra, la svolta di un corridoio, una seggiola di velluto chermisi, tutto mi parla di lei, e (non vi sembri una fanciullaggine) perfino le nappe di una cortina di damasco verde, le quali, stando ella seduta verso la luce di un verone, le accarezzavano ad ogni suo più lieve moto i capelli, laonde era sovente costretta a rimuover la seggiola.
— Ed ogni cosa che voi dite è ancora nel suo antico stato; — disse Cecilia. — Mio padre non ha voluto che si toccasse nulla. Egli rispetta molto la vostra famiglia, e si compiace spesso a ricordare che essa, non pure lasciò al loro posto tutti i vecchi ritratti di casa nostra, i quali ingombravano le pareti del salone, ma taluno, che a lui era molto caro per la sua vetustà, ne fece rinfrescare, per conservarlo.