— Qualche volta! — interruppe il conte Emanuele. — Spesso, e non qualche volta, vogliamo vedervi al castello. Anzi, per suggellare il trattato, oggi starete a desinare da noi.
— Signor conte.... vi prego....
— Oh, non c'è conti che tengano. Anzi, fin da quest'ora, smetterete di darmi del conte. Chiamatemi signor Emanuele, vecchio colonnello di cavalleria messo a riposo, perchè gli andava troppo a' versi «la costituzione di Spagna», e vostro umilissimo servo. Guardate; qui siamo soli e senza ombra di soggezione; mia figlia e la sua dama di compagnia, io e il mio buon arciprete don Bernardo, vostro amicone, il quale dice sempre un gran bene di voi, e che qualche volta mi fa l'onore di venire a desinare con me e di fare una partita a scacchi, che egli perde sempre. E questo sia detto a mo' di digressione. Poi si va a passeggio su per questi greppi, e si torna all'imbrunire in casa, dove mia figlia ci fa udire un po' di musica. Rimanete, dunque; siete prigioniero di guerra. —
Il giovine non seppe che rispondere a quel diluvio di amichevoli parole e cedette a quella dolce violenza; ma figuratevi se non doveva essere contento, poichè ne aveva in compenso un sorriso della contessina Cecilia. Quella bionda creatura era compresa del suo nobile mandato, e giubilava, angelo di pace, tra i due rappresentanti delle famiglie che avevano dimorato nel castello.
Poco dopo giunse don Bernardo, e il buon arciprete fu grandemente maravigliato e contento, quando vide Calisto seduto al pianoforte, col conte Emanuele ai fianchi, il quale si stropicciava le mani, come Federico di Prussia dopo la battaglia di Rosbach.
E non crediate che io dica per celia. Il conte di Villa Cervia era soddisfatto della presenza di Calisto, come di una vittoria campale. Egli era contento di far vedere come egli trattasse cortesemente il figlio di quel ricco plebeo, che, se non erano le sue pazzie, non avrebbe mai più consentito ai Villa Cervia il ritorno nella dimora de' loro antenati.
Tra i fumi della vittoria egli non si addiede neppure che da quello incontro potesse nascerne un romanzetto bello e buono tra la sua figliuola e Calisto. Io, per me, credo che quando egli ebbe più tardi ad accorgersene, dovette provare il medesimo stupore di quel selvaggio che fece cozzar la prima volta due selci l'una contro l'altra e ne vide sprizzar le scintille. Nè soltanto egli era uomo da non pensarci punto, ma tale che, gli fosse pur balenato alla mente che Calisto potesse innamorarsi di Cecilia, ed ella di lui, ne avrebbe fatto le grasse risa, come di una stramba pensata.
Il conte, siccome vi ho detto, amava mostrarsi cordiale, alla mano, e metteva volentieri le sue vecchie pergamene sotto gli stivali; lodava a cielo l'Enciclopedia e citava spesso il Voltaire; non già il Rousseau, intendiamoci, che egli chiamava un pazzo da catena. Cotesto vi chiarisce come certe cose egli non le intendesse a mo' dei moderni, i quali sono figli del ginevrino, anzi che del filosofo chiacchierino di Ferney.
Cecilia, intanto, da quella innocente creatura che ella era, si lasciava andar a quella novità di affetti, senza fermarsi un tratto a pensarci su e misurare la china sulla quale era condotta dai casi. Il giovine andava spesso al castello, e certamente guidato dai più retti intendimenti del mondo, ma, per sua sventura e di altrui, senza vedere gli ostacoli insormontabili che la disparità dello stato metteva tra lui e Cecilia; cieco, insomma, come è cieco l'amore.
Egli dunque era quasi sempre lassù: la domenica andava a suonar l'organo, e tutto quel giorno rimaneva in casa Villa Cervia; gli altri sei della settimana non ci andava che alla sera per suonare il pianoforte, sfogliare la nuova musica della contessina, e ragionare con lei, in quella che tra il conte e don Bernardo durava l'eterna partita di scacchi.