XVI.

Era la primavera innoltrata.... Lasciatemi saltare alcuni mesi, tanto per affrettare il racconto. Esso non scapiterà punto, ad essere così ritagliato.

Che cosa infatti vi direi di nuovo, per questi quattro o cinque mesi lasciati in disparte? Che i due giovani si amavano e non se lo dicevano mai? Cotesto lo sapete, e sapete inoltre che, se non ci era la parola, c'era bensì, e tutto intero, il concetto. Un giro di ingegnose perifrasi rasentava sempre quella parola benedetta, senza mai darci dentro, e faceva intendere tutto ciò che occorreva sapere. Non c'erano poi, terribile artiglieria, gli sguardi lunghi e profondi, per supplire a ciò che non dicevano le labbra?

In quel torno, io conobbi da vicino il Caselli. Ero un povero pretonzolo, non nato per l'abito talare e pel tricorno. Oggi sono contento del mio stato; ma allora, se sapeste! mi bollivano in capo certe mattìe, delle quali oggi ancora si risente il mio modo di pensare, non sempre in rispondenza col mio ufficio ecclesiastico. Ma la bontà del Signore ha le braccia così grandi!...

Questo per farvi intendere come allora una certa comunanza di pensieri mi facesse amico il Caselli, e come egli passasse quasi ogni giorno con me tutto quel tempo che non era consacrato ai Villa Cervia. Di questa guisa io venni a sapere di molte cose, e d'allora in poi, sopraggiunte le peripezie e la catastrofe del suo amore, ne ebbi in mano tutte le fila.

Era la primavera innoltrata. Il mese di maggio smaltava di un bel verde la campagna, e il sole ci metteva del suo tutta la pompa dei colori e la tiepidezza dell'aria, quando quella tal nuvoletta di cui vi ho detto più sopra, accresciuta da mille vapori, s'ingrossò in forma di nembo sul capo di Calisto.

Il procaccia di Dego portò al conte Emanuele, insieme col solito giornale, una lettera da Torino, la quale fu letta e riletta con molta attenzione dall'ottimo gentiluomo.

Gliela scriveva un amico suo, il vecchio marchese di Cardiana, gran ciambellano a corte, col quale da parecchio tempo non teneva più carteggio; nè già per discrepanza di opinioni, poichè, come vi ho detto, le ubbìe liberalesche del conte Emanuele, non andavano niente più giù della pelle, e tutti ne sapevano quanto era necessario saperne.

Il vecchio marchese di Cardiana, dopo aver dato sue nuove all'amico, gli annunziava la visita del figlio suo, giovane sui ventisei, che era forse un po' sventatello in ragione dell'età, ma a cui il prender moglie avrebbe fatto un gran bene. In sostanza (e questo non lo diceva il marchese), il giovanotto menava a Torino una vita da scioperato e gli usurai gli davano troppo facilmente ad imprestito; laonde il padre, che era stato costretto a pagare per lui un centinaio di mila lire, e gli era parso di escirne pel rotto della cuffia, aveva pensato di dargli moglie; nè migliore avrebbe potuto trovarne della figlia del suo vecchio amico, la quale alla morte del padre avrebbe avuto un patrimonio di settecento mila lire, se non forse di più.

«Ti mando il giovanotto (diceva la lettera); tu vedrai se è partito che convenga alla tua bella figliuola, di cui mi si dice mirabilia. Se non ti va a genio, scrivimi liberamente; egli non sa nulla e non avrò che a richiamarlo presso di me. Noi rimarremo sempre i buoni e schietti amici di prima.»