— Perchè mi dite cotesto? — chiese adunque sgomentita Cecilia, ma non già per avere una risposta; chè la vera, l'unica che si potesse fare, l'aveva già data a lei il suo presentimento medesimo.

— Perchè?... — rispose Calisto. — Io chiedo piuttosto a me stesso, a voi, o Cecilia, perchè sono io tornato in questi luoghi, che io non dovevo vedere più mai. —

E dicendo queste parole, Calisto si percuoteva la fronte con le palme, quasi volesse spezzarla e farne uscire i dolorosi pensieri che vi turbinavano per entro. La giovinetta stava a guardarlo mestamente, senza aggiunger parola.

— Oh perdonatemi, signorina! — ripigliò Calisto. — Io non so più quel che mi dica, e il dolore fa sì che non esprima neppur giustamente quello che penso. Checchè avvenga di me, non ho io conosciuta la vostra casa? Non ho io vissuto un anno di felicità? —

La contessina non rispose, ma il suo turbamento era la più eloquente delle risposte.

Passarono due giorni, due brevissimi giorni, nei quali Cecilia fu amorevolissima col Caselli e più malinconica dell'usato. La mattina del terzo, giungeva al castello, accolto con gran giubilo dal conte Emanuele, il marchesino di Cardiana.

Era costui un giovinetto di bella presenza, attillato e profumato come un damerino del suo tempo, che nel parlare smozzicava l'erre e fischiava l'esse, giusta il costume dei suoi pari, pieno di alterigia con gli uomini e di leziosaggine con le signore. Veniva al castello di Villa Cervia con uno staffiere e due cavalli, come sarebbe andato a fare una trottata al Valentino; e all'albergo di Dego, dove era rimasto ad aspettar la venuta dei cornipedi, che gli erano indietro di mezza giornata, era smontato con un reggimento di valigie e bauli, da disgradarne un viaggiatore inglese.

Alla contessina Cecilia uomini di quella fatta non andavano molto a' versi; laonde, a malgrado delle sue smancerie, anzi appunto per queste, fu molto riserbata con lui, fino a quel punto che le buone creanze consentivano ad una sua pari.

Ma da quel giorno, addio passeggiate pei campi, addio facili ritrovi, addio occasioni di lieti ragionamenti. Della qual cosa non è a dire come si struggesse Calisto, e come gli fosse accresciuto il rammarico della sua solitudine. I bei sogni si dileguavano tutti ad un tratto. Passeggiava concitato per que' sentieruoli, memori di tante dolcezze, e non trovava più diletto nel sereno del cielo, o nel verde dei prati. Alzar gli occhi da terra e scorgere, allo svoltare di un poggio, le due torri merlate del castello di Villa Cervia, era divenuto per lui un tormento; e allora dava indietro sollecito, cercando tregua al dolore, e non trovandola mai, poichè il suo dolore egli lo portava con sè.

Il conte Emanuele non si era punto mutato nella sua amorevolezza per Calisto. Egli anzi lo presentò, come un suo carissimo amico, al marchesino, il quale gli fece un saluto schizzinoso, non udendo accompagnato il suo nome da verun titolo di nobiltà.