Questo marchesino venuto di fresco riguardava il Caselli come un intruso, e la semplicità del suo vestire, il suo umor taciturno, erano facilmente scambiati per meschinità campagnuola e zotichezza plebea. Quando egli parlava de' suoi viaggi di Parigi, di Londra, di Vienna, Calisto si guardava ben bene dal fargli intendere che quelle città gli erano state altrettanto dimestiche; e, tra per l'interno rammarico e per la sua ripugnanza a parlare, si teneva affatto in disparte, lasciando che il marchesino sciorinasse le sue leziosaggini alla giovinetta, e che il conte Emanuele facesse le più sperticate lodi del nuovo venuto.
Che importava a lui, finalmente, delle lodi date a quell'altro? Egli ben sapeva e vedeva chiaramente co' suoi occhi quanto poco giovassero presso l'amata fanciulla i complimenti e le affettature del marchesino di Cardiana.
Un giorno, mentre quest'ultimo era andato a cavalcare presso il paesello di Dego, la contessina Cecilia, trovatasi sola con Calisto, gli disse:
— Signor Caselli, io temo davvero che mio padre mi voglia maritare.
— E che cosa gli avete risposto? — chiese egli, turbato.
— Nulla, perchè egli non me ne ha ancora parlato.
— E che cosa risponderete, se ve ne parlerà? — incalzò il giovine, col piglio di chi aspetta da una parola la sua sentenza di vita o di morte.
— Io..., — rispose Cecilia. — Perdonatemi, signor Calisto! non lo so.... —
E vedendo come quelle sue parole avessero turbato il giovine, la contessina soggiunse, con accento malinconico:
— Ditemi, che cosa rispondereste voi, nel mio caso, alla dimanda di un padre? —