Calisto non rispose. Egli non era così egoista da non intendere le angustie della giovinetta. Stette silenzioso alcuni minuti, col viso nascosto nelle palme; ma quel silenzio maturava una energica deliberazione. Infatti, dopo quella breve sosta, il giovine balzò in piedi, e disse a Cecilia:
— Debbo parlare col conte. —
E senza aspettare che ella gli chiedesse perchè, si mosse dal salone dov'erano ambedue, per andare alla loggia, dove il conte Emanuele stava seduto, a leggere il suo giornale consueto.
— Signor conte, — disse egli facendosi animo, sebbene tremasse per la grande commozione dal capo alle piante, — ho bisogno di parlarvi.
— Dite, amico mio, dite, — rispose il conte Emanuele in quella che posava il foglio sul parapetto. — Ed anzitutto sedetevi qui, vicino a me.
— No, signor conte. Ho a chiedervi una cosa, e mi bisogna chiederla in piedi, a capo scoperto, con quel massimo rispetto che ho sempre avuto per la vostra persona.
— Oh, non mi fate tremare; ditela su, questa cosa.
— Signor conte, — ripigliò allora Calisto, facendo violenza alle parole che non volevano uscirgli di bocca, — io vengo a chiedervi la mano di vostra figlia, la contessina Cecilia di Villa Cervia. —
XVII.
Diede uno sbalzo dal suo sedile, il vecchio gentiluomo, a quelle parole inaspettate; e guardò in viso il giovane Calisto, in atto di chi non aggiusti fede alle proprie orecchie ed abbia mestieri di nuove testimonianze.