— Orbene; non vi dolga la mia schiettezza; — ripigliò il conte Emanuele. — Ma tutto questo non potrebbe conferirvi quello stato che dànno solamente i natali. Non già che io creda gli uomini divisi in due caste, e venuti da diversa progenie. Me ne guardi il cielo. Io per me sono spregiudicato, e filosofo anzitutto; ma le consuetudini di famiglia.... le nostre parentele.... Come potrei sottrarmi io alle leggi dei miei pari? —

Non vi era più speranza, dopo quell'ultima argomentazione del conte di Villa Cervia, e ben lo intese Calisto, a cui vennero meno il coraggio e le forze.

— Signor conte, io non ho più nulla a dirvi. Il cielo vi guardi.

— Ve ne andate? — chiese il conte, in quella che si alzava da capo per accomiatarlo.

— Sì, e non troverete disdicevole, io spero, che io non torni più al castello.... —

Fu scosso il vecchio gentiluomo da quella generosa profferta del Caselli; ma, poichè gli niegava la mano di Cecilia, era pur naturale che lo pigliasse in parola.

— Che dite mai? — rispose egli. — Trovo giustissimo il vostro proposito. Dopo ciò che è avvenuto, è ben naturale che non abbiamo più a vederci.... almeno per un tratto di tempo. E permettetemi intanto che io vi dichiari degno della fiducia che avevo riposta in voi. Minor virtù di sacrificio io non mi aspettavo certamente da un animo come il vostro. Addio dunque, mio giovane amico, e perdonatemi. —

Calisto se ne partì precipitoso, senza neppur toccare la mano che il conte Emanuele era lì per offrirgli in atto di commiato. Gli scoppiava il cuore e non poteva mentire una serenità dalla quale era tanto lontano.

Giunse fino al salone, dove diede un ultimo sguardo di addio al ritratto della contessa Giulia e a tutte le sue memorie giovanili; quindi si avviò per le scale.

Colà si avvenne in Cecilia che era uscita sulla piazzetta, e risaliva, pallida anch'essa come una morta.