— Grazie, Giovanni, grazie! qua la mano, e addio. Ricordati del tuo giovane amico! —
E giù a furia per la discesa, lasciando il povero servitore tutto lagrimoso e tremante.
Quando fu al Castagneto, si chiuse nella sua camera, e per tutto quel giorno, fino al mattino seguente, non vide nessuno; non volle cibo, nè altro.
I contadini che gli stavano presso, lo udirono singhiozzare e passeggiare concitato per la camera; verso sera si pose allo scrittoio, ed essi, per tutta la notte, non udirono altro che lo stridere convulso della penna sulla carta.
XVIII.
Alla dimane, sul mezzogiorno, il suo fittaiuolo Gerolamo venne a cercarmi nel paesello, per dirmi che il signorino desiderava vedermi.
Corsi al Castagneto senza indugio, e lo trovai nella sua camera, sparuto e pallido come un morto, con gli occhi rossi e i capelli rabbuffati, ma tranquillo, o, per meglio dire, spossato.
Mi ringraziò della sollecitudine con la quale ero corso al suo invito, e, fattomi sedere, mi raccontò tutto: come avesse speranza di essere riamato dalla contessina; come la improvvisa venuta del giovine marchese di Cardiana lo avesse posto in tali distrette, dalle quali aveva voluto uscir nobilmente, mercè un colloquio col conte Emanuele.
Io già sapevo, come vi ho detto, dell'amor suo per la giovinetta; un amore, del resto, che non era ignoto ad alcuno, tranne al conte, che avrebbe pur dovuto essere il primo ad avvedersene. La catastrofe, che egli mi narrò, mi commosse fortemente, sebbene non fosse a prevedersi diversa.
— Qui, — mi disse il giovine Calisto, mettendo la mano su d'un libro manoscritto, che era ancora aperto sullo scrittoio, — c'è tutto il mio povero romanzo, che doveva finir così male! Ho notato tutto, dal mio ritorno tra queste montagne fino al colloquio di ieri e alla deliberazione che ho presa stanotte.