Il conte Emanuele, tutto pieno di mal umore per il colloquio avuto col giovane, deliberò di andar tosto dalla figliuola e chiarirle il suo divisamento sui due piedi. Ma non gli venne fatto, imperocchè la trovò mezzo svenuta nelle braccia della sua dama di compagnia, buona donna che non sapeva nulla, e non intendeva nulla, tranne il suo francese, il suo inglese, i suoi ricami e i romanzi innocenti di Anna Radcliffe.

Costei attribuiva il male improvviso della contessina ad un colpo di sole; e il conte, sebbene quella ridicola spiegazione lo facesse borbottare un tal poco, non disse nulla di quello che egli ne pensava, e si ritirò, lasciando alla figliuola il tempo di riaversi.

La contessina si sentiva tuttavia così debole, che fu necessario metterla a letto, dove stette cinque giorni, con un po' di febbre e in uno stato di fiacchezza che il medico battezzò non saprei più dirvi con qual nome. Questo nome e la spiegazione trovata dalla dama di compagnia servirono intanto, al conte Emanuele, per dare al suo ospite una ragione dello stato di Cecilia o scusarne la breve assenza dalla loro compagnia.

Ma appena si fu alzata dal letto ed uscì dalla sua camera, il conte ebbe con lei un lungo colloquio, in cui le disse dei suoi disegni, e in modo da farle capire come egli fosse irremovibile nei propositi.

La povera fanciulla non intendeva come una figlia potesse ribellarsi alla volontà di un padre. Pianse molto in segreto, ma, dopo aver pianto, accettò la mano del giovane marchese.

Ottenuta quella vittoria sull'animo di lei, si mandò innanzi il negozio con grande sollecitudine. Fu anzitutto deliberato che le nozze si sarebbero fatte a Torino. Il marchesino partì, e quindici giorni dopo giungeva il vecchio marchese di Cardiana in persona, a salutare la futura sua nuora e accompagnarla insieme col conte Emanuele alla capitale.

Nel paese di Dego si riseppe poco dopo che la contessina Cecilia era divenuta marchesa di Cardiana e che era partita col marito alla volta di Parigi, dove la felice coppia doveva passare l'inverno.

Il conte non rimase a Torino. Fatte le nozze, egli se ne era ritornato al castello, dove visse solitario e malinconico; e il vecchio Giovanni più malinconico, più aggrondato di lui.

Non andava più alla Villa Cervia che il parroco don Bernardo, a perdere, secondo l'uso, la sua partita a scacchi. La messa nella cappella fu abrogata di fatto, poichè non se ne parlò più, e il conte pigliò subito, dopo il suo ritorno, il costume di andare egli stesso alla chiesa parrocchiale.

Il castello era come deserto, e la povera gente dei dintorni rammemorava più che mai i Caselli, associando tuttavia al ricordo dell'angelica madre di Calisto, quello della bionda contessina, la quale (dicevano) nel suo partire alla volta di Torino non ci aveva un'aria molto contenta.