La marchesa non usciva quasi mai, e nelle sue rare passeggiate non si dilungava mai dal castello. In paese non si lasciava vedere che le domeniche alla messa. Il marito in quella vece era sempre attorno, e quasi ogni giorno alla caccia, accompagnato da molti terrazzani, perchè i dintorni non erano molto sicuri, a cagione di una banda di malandrini, comparsa fin dall'inverno su quelle montagne.
Costoro erano renitenti alla leva e gente perduta, che dopo essere sguisciati dalle branche della giustizia si davano alla macchia. Li comandava allora un certo furfante detto il Bruno, che aveva ucciso padre e madre, ferocissimo uomo, come potete argomentare.
I carabinieri, sebbene vi si mettessero con le mani e coi piedi, non erano anche venuti a capo di snidarli. Erano avvisati che il Bruno s'avesse a trovare in un casale; correvano, e vattel'a pesca, il Bruno non c'era; alla dimane risapevano di un malefizio perpetrato quindici miglia discosto. Oggi era un povero carrettiere spogliato delle sue doppie; domani una casa messa a sacco; un altro giorno una donna rubata alla sua famiglia, e giù di questo passo.
Nei pressi del nostro paesello la banda aveva fatto poche comparse; ma il Bruno era venuto a ronzarvi, per pigliar lingua, ed aveva perfino trincato coi tutori dell'ordine pubblico, i quali lo avevano tolto in cambio di un rispettabile mercante di maiali che andasse alla fiera.
Il castello di Villa Cervia, sebbene un po' fuori di mano, non aveva molto a temere dalle imprese di que' galantuomini. Alteramente bastionato sui due lati, non aveva alle spalle che una ripida costiera piantata di roveri, su per la quale uno poteva inerpicarsi benissimo, ma senza trovare una finestra, un buco, intorno a cui lavorar di piccone. La piazzetta non sarebbe stata neppur essa un luogo acconcio ai tentativi di quei ribaldi, imperocchè il portone e l'uscio della cappella erano rivestiti di ferro; e nel castello dimoravano sempre otto o dieci persone.
— Vengano pure! — diceva il conte Emanuele, che si ricordava d'essere stato colonnello di cavalleria. — Vengano pure e sentiranno che musica! — Ma i malandrini non tennero l'invito, e dopo parecchi mesi di ciarle sul conto loro, non se ne fece più motto.
Gli sposi tornarono nel novembre a Torino, dove stettero a passare l'inverno; ma nella primavera una delle solite malattie del conte Emanuele li richiamò al castello. Cecilia per affetto di figlia, il marito per la formalità delle costumanze domestiche. Nei primi giorni di estate il vecchio potè dirsi risanato; ma stava ancora male in gambe, e non usciva che sulla piazzetta una volta al giorno. Il Cardiana invece era sempre a caccia in quei dintorni, dove pareva che avesse trovato selvaggina confacente ai suoi gusti svariati.
Di questo modo gli sposi vivevano assai poco insieme; anzi notavasi una certa freddezza tra loro, la quale agli ignari poteva parer sussiego e cerimoniale aristocratico, che s'inframmette perfino nelle relazioni matrimoniali. Aveva il Cardiana saputo forse dell'amore di Calisto? Mostrerei di non conoscere gli accorgimenti del buon narratore, se vi dicessi fin d'ora sì, o no.
Cionondimeno, un tal poco di gelosia ci doveva essere sicuramente, di quella gelosia senza ragione che nasce sovente nel cuore dei mariti, i quali hanno molte scappatelle da farsi condonare, e tanto più sono ingiusti quanto più essi medesimi hanno peccato.
Ho più tardi saputo che a Parigi il signor marchesino non era stato molto esemplare nei suoi diportamenti. Di sovente lasciava la moglie sola, per correre attorno con certe sconcie femmine, di cui quella città abbonda, eleganti sirene per le quali ci vorrebbe altro che la cera negli orecchi. La marchesa Cecilia non se ne dolse mai; si dava tutta alla lettura, e quando aveva aspettato un pezzo, se ne andava nella sua camera a coricarsi. E neppure ne aveva scritto al padre: chè forse in cuor suo era contenta di ciò.