— Un cavaliero, — rispose Vasdag, — è giunto or ora da Lukdi...
E si arrestò, guardando Sumàti.
— Parla liberamente; — disse Ara; — questo pellegrino non è di soverchio fra noi.
— È giunto da Lukdi, — ripigliò allora Vasdag, — e porta novelle dell'esercito babilonese, che ha lasciato il campo di Assur ed è tutto in marcia verso di noi. Le sue ali si stendono all'orizzonte come i corni d'una luna falcata, e le schiere in moto appaiono numerose come un nembo di locuste, che si rovescino a devastare i campi d'una intera contrada.
— Era tempo; — sclamò il re. — E dove accenna il nemico?
— A sforzare col nerbo de' suoi il passo dell'Eufrate, mentre forse una parte, che s'avanza diffatti sulla riva sinistra del fiume, risalirà alle sorgenti del Tigri. Questa io l'ho per una vana minaccia; del resto, laggiù son munite le strette e poca gente basterà a trattenere gli audaci.
— Sta bene, — disse Ara. — E che faremo noi ora, o Vasdag?
— Mio signore, — rispose il principe di Tarbazu, — lo ha già detto il tuo senno. Li lasceremo penetrare in questa valle, dove, coll'aiuto degli Dei, sarà la lor tomba.
— E t'ascoltino gli Dei; — soggiunse il re. — Ma pensiamoci ancora; egli è accorto consiglio aspettarli qui, o non piuttosto ritirarci più indietro, per modo che non possano così facilmente rifornirsi di gente fresca, destreggiarci, insomma, rigirarci di greppo in greppo, traccheggiare, stancar l'inimico e attendere una migliore occasione? Sappi, o Vasdag; Babilonia si è ribellata e con essa tutta la regione di Sennaar. Quest'uomo che vedi, e nel quale è da riporre gran fede, me ne ha recata or ora la certa notizia. —
E si fece a narrargli partitamente tutto ciò che sapeva, e ciò che aveva cercato di persuadergli Sumàti.