— Non credi tu che in essi parlino i Numi? — chiese Ara con accento di sicurezza.

Sumàti chinò la fronte, pensoso.

— Io credo, — rispose, — che nella mente del savio sia il più venerabil tempio e il più certo oracolo di Dio.

— Chi può dire: io sono il savio tra tutti! — ripigliò Ara, crollando mestamente il capo. — Comunque sia, grazie a te dell'amorevole consiglio; ma vedi, oramai la sorte è gittata. Non è egli forse già troppo aver condotto l'Armenia a questo cimento per me? Il meglio è di finirla in un giorno. Qui pugneremo da valorosi; qui morremo, quando non sia possibile il vincere. Vivo ella non m'avrà in sua balìa; m'intendi tu? — proseguì il giovine con accento di sicurezza profonda. — Io l'ho giurato all'ombra amata di Sandi, del dolce amico di cui m'è viva qui la presenza in ogni cosa ch'io miro, più ancora che non mi fosse chiaro l'aspetto in quella notte orribile, donde hanno principio i miei mali. Ben poco invero io darò in preda alla morte! Non m'ha già ella ucciso, spegnendo nel mio cuore la fede! O padre! la mia vita è un tormento, un'atroce agonia dello spirito. Mi ami, hai detto? Orbene, così m'avresti tu amato del pari, nelle tenebre paurose del sotterraneo, chè m'avresti usato misericordia laggiù, dandomi d'un pugnale nel cuore, innanzi ch'io varcassi la soglia di bronzo! —

Sumàti reclinò la testa sul petto e stette a lungo sopra di sè, corrugate le ciglia e gli sguardi atterrati. Quello che gli facea così grave la fronte era un acerbo rimorso. Tutta egli avea misurata, in quello sfogo dell'ambascia di Ara, la profondità della ferita che egli aveva aiutato ad aprire. Egli, cuor di macigno, s'era intenerito alla vista di quel candido garzone, di quell'animo incauto, così facile, per l'indole sua generosa e fidente, a cader negl'inganni degli ambiziosi e dei tristi. Commosso da quella grazia e da quella prodezza giovanile, s'era adoperato a salvargli almeno la vita, e di ciò appunto, senza saperlo, gli faceva rimprovero quel misero cuore straziato. Lo amava, oramai; si doleva amaramente di averlo condotto a quel punto, vittima innocente di ambiziosi disegni, stromento inconsapevole di alte vendette. Iddio ha seminato il rimorso nell'anima del malvagio, come il filo d'erba nel deserto, come l'amore nella immensa miseria del mondo. Egli è forse per ciò che non siam tristi, o codardi, del tutto. E tale era Sumàti, che, nella schiettezza del suo rammarico, avrebbe voluto alzar quella fronte umiliata e parlare al re d'Armenia in tal guisa:

— Tutto ciò che hai udito, tutto ciò che hai veduto, è menzogna. Nulla è vero di Sandi, e tu, inebbriato da magici filtri, hai creduto di scorgere le sembianze dell'estinto in quel bugiardo aspetto che la nostra arte perversa ti ha mostro. Come sapessimo noi così minutamente del tuo passato, t'è oscuro? Ma torna indietro coll'animo, e rammentati. Non hai tu troppo fatto a fidanza coi silenzi notturni, là, nel sacro bosco di Militta, allorquando, curuccioso di doverti presentare al temuto cospetto di Semiramide, giuravi fede e rapivi la pace del cuore ad Atossa? E ben altro sapemmo, ben altro. Non metter tua fede intera negli uomini, o re! I sensi loro, i desiderii, le ambizioni, i rancori, oggi a te ligii, o tacenti per te, si gioveranno della tua fede, si armeranno del tuo segreto contro di te, solo che un astuto malveggente li possa infiammare a tuo danno. Bared, il tuo fedelissimo Bared, fu colto ai lacci d'una tentatrice leggiadra; tutto egli disse, ciò che a noi mettea conto sapere, per colorirne la fantastica scena che t'è parsa sì vera; e il suo silenzio, la sua complicità, furono compri dalla paura di aver troppo parlato, assicurati alla lega coll'oro, e più assai con minaccie di morte. Egli ha taciuto finora, temendo di avere assiduo al suo fianco il punitore; tacerà, più pauroso ancora, poi che avrà veduto me nel tuo campo. Io solo, dei tre congiurati, mi mostrai a viso scoperto; io solo, il men noto, ti condussi al tuo alloggiamento fuori il baluardo di Nivitti Bel. Tu sei vittima, o re, dell'odio di Zerduste, del più possente tra noi, contro il quale intendevano le mie parole a metterti in sull'avviso poc'anzi. Egli, contrariamente all'utile della causa comune, e non ascoltando che la sua rabbia gelosa, voleva la tua morte; io a fatica ho rattenuta la sentenza fatale, t'ho salvata la vita. Non basta ancora; io debbo far posare la guerra, ridarti la pace del cuore. Quella donna è calunniata; ella e tu, siete involti in una rete d'inganni. Uccidimi, o re; dammi ai più fieri tormenti; ma questa è la voce del vero. —

In tal guisa avrebbe voluto parlare Sumàti. La schietta confessione gli turbinava nell'animo, gli faceva impeto alle labbra. Ma quale vergogna non sarebbe ella stata per lui! Apparire al cospetto di Ara un vil mentitore, un artefice di biechi inganni, egli, Sumàti, il discepolo di Manù, l'interprete dei santissimi Veda! E non c'era egli altro modo di tornar utile al re, senza tanto disdoro? Egli ben lo cercava, ma in quel suo turbamento non gli venìa fatto trovarlo.

E mentre così dubbiava tra rimorso e vergogna, s'affacciò all'ingresso della tenda Vasdag, il principe di Tarbazu, con aspetto che già di per sè annunziava rilevanti novelle.

L'occasione era fuggita. — È il destino che lo vuole! — aveva detto Sumàti in cuor suo.

— Che rechi di nuovo? — dimandò Ara al vecchio capitano.