Ma il principe di Tarbazu, o fosse religione vera e profonda, o diffidenza dell'ignoto pellegrino, rispose;
— È tardi oramai. L'oracolo di Peznuni ha parlato, e il tuo esercito, o re, vedrebbe di mal occhio un mutamento di ordini, che oggi, all'approssimarsi del nemico, avrebbe sembianza di fuga.
— Tu l'odi? — esclamò il re, volgendosi, con piglio grave, a Sumàti.
— E sia! — disse questi rassegnato. — Concedimi, o re, di rimanere al tuo fianco e di far mia la tua sorte.
— Ma.... — disse amorevole il re, — se ti incogliesse sventura? E se troppo noto ai nemici....
— Che importa? — interruppe Sumàti. — Non l'hai tu detto poc'anzi? In pugno di Zervane è il destino. —
CAPITOLO XV. Il canto di Abgàro.
La voce dello avvicinarsi dei Babilonesi al passo di Lukdi si era sparsa rapidamente nel campo aicàno. Il bellicoso popolo aveva salutato l'annunzio con un grido di giubilo.
Il luogo che gli Armeni avevano scelto per aspettare il nemico, era acconcio che nulla più. Ne conoscevano ogni insenatura ed ogni declivio, ogni sentiero, ogni forra; sapevano da qual parte celarsi, da quale altra uscir fuori improvvisi; ove i guadi, ove i passi difficili. Quello era inoltre un luogo consacrato da gloriose memorie. Che più? I platani vocali di Peznuni avevan dato, pochi giorni addietro, un responso: «È in Ajotzor la tomba dei Babilonesi.» E dal labbro dei Sos, venerandi custodi del sacro recinto, s'era diffuso per ogni dove l'oracolo, argomento di speranza alle turbe, nuova esca all'amor patrio delle pugnaci tribù.
Gli Armeni, giusta il culto di tutti i popoli discesi dalle alture dell'Imalaya, adoravano il tempo sconfinato, sotto il nome di Zervane Acherene, donde era uscito Ahura, lo spirito divino ed eterno che penetra l'universo. E vedendolo essi in ogni cosa, erano venuti a grado a grado deificando le forze tutte della natura, siccome avean fatto i popoli affini di Javan, di Iran, e gli altri di Turan, più lontani consanguinei, sebbene più vicini per moleste incursioni. Ed anco ad essi parve di ravvisare nel fuoco, acceso sui monti, la più pura essenza dello spirito eterno, anch'essi popolarono di deità minori lo spazio, le viscere della terra e i flutti del mare. Nè meno aveano essi a sentire dalla vicinanza dei figli di Cus, pe' quali erano confuse in un culto le ingenite virtù della terra e le stelle del firmamento; però avevano anch'essi la loro Istar nel cielo e la loro Militta Zarpanit sulla terra; e quella dicevano Asdlig, questa Anait, ambedue più severe e di più casti riti onorate in quella contrada di assidue nevi e di costumi più rigidi.