Altri riti aveano comuni le due genti vicine e tratto tratto nimiche. Nè tanto era puro negli Armeni il nobil seme ariano, che non vi si scorgesse mescolato alcun che del sangue cussita, o camitico. Dicevasi che lo stesso Aìco, il loro gran padre, traesse l'origine dalla terra di Sennaar; forse non era egli che un figlio di Javan, od anco di Turan, disceso al piano dalle cime dell'Ararat, insieme coi campati dal diluvio, indi tornato alle sue prime sedi. Comunque fosse, in molte cose appariano conformi i due popoli; perfin nella lingua si notavano qua e là i segni dell'influsso straniero; certo, poi, la scrittura degli antichi Armeni era ereditata dagli Accad. E lassù, come tra le genti della pianura, erano magici riti, sortilegi, augurii e superstizioni in buon dato; epperò i platani di Peznuni, reputati faticidi, circondati di venerazione profonda e ciecamente creduti dalle moltitudini. Non aveano essi parlato il vero, profetando sventura pel viaggio del re in Babilonia? Doveano esser creduti dal paro, quando, con dolce lusinga all'orgoglio nazionale, vaticinavano in Ajotzor la tomba delle schiere nemiche.

E il vaticinio stava finalmente per compiersi. I Babilonesi, dopo lunga sosta in Assur, certo necessaria ad ordinare così numerosa turba d'armati, avean levate le tende e s'inoltravano alla volta dei monti. Ancora un giorno, due al più, e sarebbero giunti all'assalto. Venissero pure, si perigliassero in quelle anguste convalli; le aquile aicàne erano pronte a riceverli.

Quel dì fu festa nel campo. S'incontravano i compagni d'arme, gli amici, e si scambiavano parole a vicenda aspettate. A domani! Ci siamo! Finalmente! Farà ognuno il debito suo. E lampeggiavano gli occhi, e una stretta di mano faceva sentire le pulsazioni gagliarde del sangue.

L'esercito aicàno si raccoglieva adunque in quel sereno riposo, che non è ozio, ma aspettazione; posava, ma meditando i colpi imminenti e le prede. Bella, ampia, ben chiusa sui lati era la convalle, e, per ogni ciglione, o pendio, per ogni greppo su in alto, o sentiero nel fondo, brulicava di armati. Era egli possibile che, rimanendo in piedi anco un drappello d'Armeni, l'esercito babilonese potesse aprirsi un varco là dentro?

L'ora delle quotidiane fatiche era scorsa e tutte le cure minute e varie del campo, cessate d'un tratto. Appesi entro le tende i grandi archi e le capaci faretre; a fasci raccolti i giavellotti, lunghesso i sentieri e di rincontro ad essi appoggiate le targhe di rame, e gli scudi lunghi di cuoio. Sciolti dalle pesanti bardature, pascevano liberamente i cavalli nei prati, o si diguazzavano nitrendo nel fiume. Qua e là seduti a crocchi, o lentamente vaganti per le viottole campestri, si davano spasso i guerrieri.

Gran ressa si notava alle falde del poggio, su cui sorgeva la tenda del re. Attirava la moltitudine in quel luogo una danza militare, passatempo così grato agli Armeni. Ai suoni dei cembali percossi in cadenza da parecchi tra gli astanti, le coppie dei danzatori fingevano assalti di spade, si minacciavano coi giavellotti, s'intrecciavano in molteplici giri, si scioglievano e si assalivano ancora, con impeto più grande e moti più celeri, fino a tanto il ballo non rendesse immagine di una mischia, accompagnata da grida feroci e terminata dagli applausi del popolo spettatore.

Dopo le danze, i canti. Si riposava facendo cerchio in mezzo alle tende, dov'era più libero il campo, e sedevano al centro i poeti, venuti a far gara di maestria gli uni cogli altri. Eglino, di solito, accompagnando il finir d'ogni strofa con parecchi colpi di cembalo, cantavano antiche tradizioni della stirpe aicàna; ognuno, secondo l'umor suo e la feracità della fantasia, mutando alcuna cosa al racconto, e fiorendolo d'immagini proprie; del che pigliavano gran diletto gli uditori e faceano paragone tra i varii rapsòdi. La poesia, non la storia, si vantaggiava di questo continuo raffazzonamento, che venìa di mano in mano trasformando le cronache paesane in finzioni mitologiche, e queste rinfrescava poi di nuovi colori e apparenze di storica vita.

— «Ancora, — cantava uno di essi, — ancora nella terra dei due fiumi non era edificata la torre, testimonio dell'umana tracotanza, nè lo sdegno celeste avea corrotte e moltiplicate le lingue, allorquando erano principi della terra Zeruano, Titano e Jafeto.

«Appena si divisero essi l'impero del mondo, che Zeruano si levò padrone degli altri due. Titano e Jafeto si opposero alla sua tirannia e gli ruppero guerra. Imperocchè Zeruano pensava a fare che i suoi figli su tutti regnassero.

«E già Titano aveva rapita una parte delle terre di Zeruano; ma Asdlig, loro sorella, frappose le candide braccia e quetò gli spiriti irati.