— Ti ascolti Zervane! — disse Ara il bello, che stava poco lunge da lui, ritto sull'arcione e il collo teso, guardando nel fondo. — Ecco diffatti, la prima fronte si avanza, è già presso alla macchia di Rezduni. —
Non s'ingannavano gli occhi del re. Mentre l'ala destra dei Babilonesi, che era composta di cavalleria meda e di arcadori di Martu, s'inoltrava dall'altra parte del fiume mollemente accennando a cercare un guado, il centro e l'ala sinistra si facevano speditamente innanzi su quel campo più vasto, che le alluvioni dell'Eufrate aveano formato sulla sua sponda destra. Grossi drappelli d'arcieri cussiti precedevano, misti a frombolieri di Palastu, che si veniano sparpagliando dinanzi alla fronte di battaglia, colle fionde tese dietro alle spalle e pronti a rotolarle in aria al primo apparir di nemici. Dietro a costoro si muovevano grosse squadre di cavalieri. I carri, che venivano in terza linea, erano celati allo sguardo da quella profonda siepe d'armati.
— Orbene, mio re, che faremo? — disse Vasdag, poi ch'ebbe osservato a sua volta il grosso dell'esercito contrario. — Lascieremo che s'inoltrino ancora e si dispongano in battaglia ordinati?
— No, certo! — esclamò il re. — I fiondatori di Van sono appostati a piè della macchia di Rezduni. Eglino, che numerosi sono e valenti, prenderanno a sfrombolare i cavalieri babilonesi, e noi compiremo l'opera loro, facendo impeto dei nostri cavalli, entro le sgominate ordinanze. Cotesto non dee parer dubbio, — soggiunse il re, alzando la voce, perchè tutti intorno lo udissero — a chi per la sua patria ha risoluto di affrontare ogni più grave pericolo. Egli è piuttosto da stare in pensiero per quegli altri che s'avanzano laggiù e si fermano ad ogni tratto e mandano cavalli a tentare il guado del fiume.
— Stratagemma! — notò sorridendo il vecchio principe di Tarbazu. — Guadando il fiume laggiù, farebbero ingombro alle lor medesime schiere.
— Sì, ben dici, o savio Vasdag. Coloro vorrebbero trarci in inganno, perchè facessimo inutil ressa più avanti, lasciando più debole il campo nostro, dove certamente, al momento opportuno, si sforzeranno di giungere. Io dunque penso che a questa altezza si debba aspettarli. Vadano gli arcieri di Tarbazu e si appiattino sotto a quella triplice fila di pioppi. Colà, non altrove, tenteranno il guado i nemici. Ad ogni costo vuolsi impedirlo. Tu stesso, noto alla tua gente e diletto, veglierai in quel luogo. È il nostro lato debole ed ha mestieri del capitano più valoroso ed accorto. —
Così parlò il giovine re, di senno maturo; e Vasdag, bene intendendo come in quel luogo, che aveva detto il re, fosse necessaria la sua presenza, s'incamminò a quella volta, per disporre i suoi arcadori lungo le vincaie del fiume e un buon nerbo di cavalieri e di fanti al coperto, dietro la selva dei pioppi.
Ciò ch'egli aveva argomentato, e che il re aveva detto con lui, era vero. I Medi, comechè lentamente, s'avanzavano pur sempre, e senza mai risolversi al guado. Aspettavano, per ciò fare, che la pugna fosse sull'altra riva ingaggiata, e con manifesto vantaggio pei loro compagni.
Ora, a che i lor voti andassero vani, si affaticava il re d'Armenia con provvedimenti solleciti. Per fermo, pensava egli, su quel po' di pianura stesa dinanzi a lui tra le colline ed il fiume, dovea venire la piena delle forze nemiche. Certamente era laggiù Semiramide, coi migliori dell'esercito e coi più terribili ingegni di guerra. E diffatti, da un poggio alla sua destra, su cui si era prontamente condotto, egli aveva potuto scorgere i carri, nascosti dietro le profonde ordinanze della cavalleria babilonese.
E si avvicinava frattanto l'antiguardo nemico. Ad un tratto il suo balenare irresoluto, il cader di parecchi, e un nuvolo, come di negra polve per l'aria, mostrò al re d'Armenia che i nemici erano giunti nelle vicinanze della macchia di Reznuni, e che i fiondatori di Van mettevano ai loro passi impedimento gagliardo.