Un tal po' di sgomento erasi sparso nelle file degli arcieri cussiti, a quell'improvviso assalto di fianco. Tosto aveano poggiato dalla parte del fiume, e, postisi al coperto degli alberi, scagliavano frecce agli appostati nemici; ma con pochissimo frutto, essendo questi in parte nascosti agli occhi loro da una fila di massi scoscesi, che faceano orlo alla macchia.
Veduto il frangente, furono pronti i Babilonesi al riparo. Una mano dei loro, con scudi imbracciati, giavellotto in pugno e corte spade al fianco, si gittarono di lancio alla costa del monte, per inerpicarsi lassù e sloggiarne i fiondatori molesti.
Ara, ciò vedendo, non ne fu punto turbato. Egli ricordava che al comando dei fiondatori era preposto Dicranu, forte e risoluto guerriero, e non dubitava che i Babilonesi non avessero a pagar tosto il fio della loro temerità. Diffatti, le pietre seguitavano a piovere, e gli alberi sotto cui si riparavano gli arcieri, ne erano sfrondati, come per rovescio di grandine. E i soldati che avevano pur dianzi tentato l'assalto, se ne tornavano in grande scompiglio sul piano, dov'erano fatti segno a quella rovina di sassi, non potuta rintuzzare dalle valide risposte dei frombolieri di Palastu e degli arcieri cussiti. Trasvolando in aria, fitte a guisa di nuvole, le frecce, le pietre, i globi d'argilla e di piombo, fischiavano, rompeano le spade in pugno ai guerrieri, sfondavano le corazze, rimbalzavano sugli scudi, facevano schizzar gli occhi dall'orbite, le cervella dalle infrante cervici.
Grida di giubilo per tutto il campo aicàno salutavano questa vittoria dei fiondatori di Van. Ma che avviene egli mai? Fumanti globi si levano da tergo alle squadre babilonesi, fendono l'aria, piombano sulla macchia di Reznuni.
Semiramide, scorgendo che i Medi non hanno ancora guadato il fiume, nè possono perchè il nemico ha deluso il loro accorgimento e veglia certamente al passo pericoloso; pensando inoltre che la sua cavalleria e i suoi carri di guerra non potrebbero impunemente passare sotto quella rovina di sassi, ha fatto incontanente sul fianco sinistro avanzar le sue macchine. L'assalto dei guerrieri alla macchia non era che un infingimento per guadagnar tempo e sviar l'attenzione degli Armeni. Ed ecco, le sue macchine, in acconcio luogo collocate, scagliano dardi intrisi di nafta e palle di bitume acceso sulla costiera. S'appicca il fuoco alla selva; cigolano le piante investite dalla fiamma; vortici di denso fumo s'innalzano, ingombrano l'aere, acciecano i combattenti, di cui di mano in mano si rallentano i colpi.
Vide Ara il pericolo che da quella impotenza dei fondatori di Van sarebbe derivato all'esercito, e si affrettò a scendere dal poggio.
— Suvvia, cavalieri di Armavir! — gridò egli con voce tonante, — il momento è venuto di dar dentro alle ordinanze nemiche. —
Alte grida rispondono al comando del re. I prodi d'Armavir, lentate le redini sul collo, strette le ginocchia nei fianchi ai poderosi corsieri, appuntate le frecce sulla corda degli archi, galoppano. Quel tratto di strada che li divide dallo incalzante nemico, è superato in brev'ora. Si traggono in disparte, fuggono, si rovesciano gli uni sugli altri i fanti babilonesi, non potendo resistere a tanta rovina. Conoscono le amiche insegne i fiondatori di Van, e calano solleciti al piano; dietro a loro s'avanzano i montanari d'Urarti, che portano punte di ferro annestate al sommo di lunghi bastoni.
Semiramide, dall'alto del suo cocchio di guerra, ha veduto il nembo di polvere che sollevano i cavalieri d'Armavir. Tosto comanda che la sua cavalleria si divida in due ale e lasci aperta la via. Avanti i carri! Pesanti come sono, muniti di ferrea cuspide al sommo del timone, riusciranno più saldo ostacolo all'impeto dei cavalieri aicàni.
E si muovono i carri, con alto fragore vanno a dar di cozzo in quella mobil muraglia di petti anelanti. Ma gli Armeni hanno scorto da lunge il mutamento; sviano i cavalli e piombano sui lati, si ristringono addosso ai cavalieri di Babilonia. Dietro a loro, apron le file i fondatori di Van, si stringono a densi manipoli i montanari d'Urarti; e quelli fan piovere una grandine di sassi sui carri che passano, questi fan selva di picche nei fianchi ai cavalli. D'ogni parte è aspra la zuffa; si confondono gli ordini, e, trattenuti i carri nel corso, incomincia la strage. I cavalli feriti s'impennano; questi infrangono il giogo; quelli rovesciano i carri; gli uni, acciecati, vanno a rompersi la cervice contro le ruote dei cocchi vicini; gli altri, sbuffanti, con erette criniere, trascinano morto l'auriga.