Così ridotti a mal partito i carri babilonesi (chè pochi poterono aprirsi la via nelle schiere avverse, nè uno tornò più indietro a raccontare il suo trionfo), si volsero i montanari di Urarti in aiuto dei cavalieri di Armavir. Destramente rigirandosi in mezzo ai combattenti, sforacchiavano il ventre delle cavalcature nemiche, tagliavano le cinghie, recidevano i garretti; come tigri si scagliavano in groppa, si avvinghiavano ai fianchi dell'avversario, lo trascinavano a terra, sotto le zampe dei cavalli, entro laghi di sangue. Rotti, sbaragliati da quell'impeto non preveduto, impossenti contro i feroci assalti di quelle belve rabbiose, tentano i Babilonesi divincolarsi dalle strette, e come possono, e quando possono, si danno alla fuga. Grida, urla selvaggio, sono il cantico di vittoria della gente aicàna.

Cuoceva frattanto ai buon principe Vasdag di rimanersene là inoperoso, all'ombra dei pioppi. E i suoi soldati, udendo le grida dei compagni, che sempre più si allontanavano per la valle, incominciarono a dolersi altamente.

— I nostri incalzano il nemico, gli danno la caccia colle spade nel tergo, e noi resteremo qui senza gloria!...

— Ad udire le voci di trionfo che salgono ai cielo!...

— A contemplare quei cavalieri sull'altra riva del fiume!...

— Que' simulacri di pietra, che non si muoveranno mai più!...

— Pazienza, miei prodi! che farci? — diceva amorevole, ma non meno scontento, il principe Tarbazu. — Queste sono le sorti della guerra. Se noi volassimo laggiù, dove il re nostro combatte, gli porteremmo inutile aiuto; e frattanto quelle squadre di cavalieri, che mi hanno l'aria di farsi sempre più numerose, guaderebbero impunemente il fiume e piglierebbero i nostri valorosi alle spalle. —

Laggiù frattanto, dove i soldati di Vasdag si dolevano di non essere, continuava, non più la pugna, il macello. Ara infuriava nel mezzo, pari al Dio delle stragi. Ma finalmente, vedendo sgomberarsi il campo davanti a lui, da capitano prudente, fe' suonare a raccolta. Temeva egli infatti non si sbandassero i suoi nel tripudio del sangue e non si perdesse in tal guisa il frutto di quella vittoria, che, a dir vero, non gli pareva anche sicura.

E ben gliene incolse. Difatti, un nembo di polvere si solleva da lunge. Sono i bianchi cavalieri di Belo, che giungono alla riscossa. Trema la terra allo scalpito dei cavalli accorrenti; la nuvola cresce, s'approssima, par l'uragano che rovinoso s'avanzi.

Ara comanda a' suoi di ritrarsi. Una macchia di arbusti, dalla parte del fiume, nasconderà in parte i cavalieri d'Armavir. I carri rovesciati dei Babilonesi faranno serraglia in mezzo alla strada; dietro essi staranno a riparo gli arcieri di Zikartu, i fiondatori di Van, i montanari di Urarti.