Grida sinistre accolgono gli assalitori, e una tempesta di freccie, di pietre e globi di piombo, si disserra sovr'essi. La prima fronte della sacra miriade è disfatta; sottentra la seconda ed egual sorte l'attende. Nuovo ostacolo fanno i cavalli caduti: altri s'impigliano tra le ruote dei carri, inciampano nelle redini sparse, stramazzano al suolo. La lotta a corpo a corpo ripiglia più acre, più furibonda che mai, si calpestano i feriti, e su monti di lacere membra i sopravvissuti combattono. È pugna di Titani, non d'uomini della comune misura. Guaiscono i caduti, bestemmiano i moribondi, urlano gli incolumi, e si van provocando mutuamente a battaglia. Con voce pari a mugghio di tuono. Balsam, il capo dei bianchi cavalieri, va chiamando Ara dovunque, lo dimanda avversario, giura di tracannare il suo sangue. E l'ode il re d'Armenia e tenta col cavallo di farsi strada alla volta del fiero Cussita. Ma in quel mezzo, Dicranu ha fatto rotar la sua fionda, il sasso ha colto l'orgoglioso provocatore nel petto e lo ha trabalzato d'arcione. Svelto come un leopardo, si cala Dicranu da un monte di cadaveri e per mezzo ai cavalli nemici corre ad impadronirsi delle spoglie di Balsam, seguendolo nell'audacissima impresa i fiondatori di Van. Gli si attraversano i seguaci del caduto; la mischia non è più per vincere da una parte o dall'altra, bensì per contendersi la nobile preda. Per lungo tratto non si discerne più nulla in quel brulichìo, in quella confusione, in quell'agitarsi disordinato di membra. Ma ecco, finalmente, appare Dicranu sulla groppa d'un cavallo; egli stringe, acciuffata nei capegli, la testa recisa di Balsam; la mostra ridendo ai compagni, che gli si serrano intorno; cade a sua volta; un dardo ha fischiato nell'aria, gli s'è ficcato nella strozza, troncandogli ad un punto i superbi dispregi e la vita.

Ara intanto, poichè l'impeto della sacra miriade si è franto, comanda ai cavalieri d'Armavir di uscir dalla macchia. Accorrono essi e colgono le profonde coorti di fianco, vi fanno per entro uno scempio. Rotte così le ordinanze, i montanari d'Urarti, cui il sangue ha reso sitibondi, si gittano alla carnificina, come stuolo di corvi rapaci. Orribile! orribile!

Belli ed alteri nelle candide spoglie, erano venuti i generosi all'assalto. Niente resisteva al loro urto giammai; nelle convalli di Elam, sui campi di Bakdi, sulle rive dell'Indo, que' fulmini di guerra avean sempre sgominate e disperse le più valide schiere. Ed ecco, qui, in una stretta d'Armenia, impacciati, confusi, dovevano essi venir meno alle loro gran fama, alle più grandi impromesse! Già non erano più una falange ordinata; sibbene una torma cieca, ondeggiante, lacera e pesta, per entro a cui s'aggiravano belve con faccia umana, mostri usciti dai regni tenebrosi, che sventravano le cavalcature e riversi li faceano cadere colle inutili armi, per trucidarli nella mischia, diromperli sotto le zampe ferrate, affogarli nel sangue.

Guatava dinanzi a sè la regina, dall'alto del suo cocchio di guerra. E diceva intanto in cuor suo: o come non vanno più innanzi i cavalieri di Belo? come non hanno ancora sgomberata la via?

Bene ella sapeva forti guerrieri gli Armeni, ad essi propizio il luogo e ministro d'armi nuove il furore; tuttavia non s'aspettava una così gagliarda resistenza.

— Per fermo, — ella disse, — il re loro combatte laggiù.

— Sì certamente; — notò Faleg, uno de' suoi uffiziali, — non si pugnerebbe con tanto accanimento, dove egli non fosse a capo de' suoi. Ah! la sua testa è poco, a rifar Babilonia di tante vite mietute. —

Semiramide non rispose parola a quella acerba considerazione di Faleg.

— E i miei cavalieri, — gridò ella invece, — morranno così, senza che io sia con loro e corra gli stessi pericoli?

— Possente regina, — entrò a dire un altro dei suoi, — lo sguardo tranquillo ed onniveggente del duce è necessario alla comune salvezza.