— Ah! così pure avranno parlato a lui le timide lingue de' suoi consiglieri. Cionondimeno, egli è nella mischia, come l'ultimo de' suoi combattenti. Orvia, Faleg; sian pronti gli elefanti ad ogni occorrenza; noi ora andiamo, corriamo, dove si pugna per noi. —

Si mosse il cocchio regale, rapidamente trascinato da otto generosi corsieri, verso il luogo del combattimento. Ma l'esito non rispose ai voleri della regina. La sacra miriade era respinta e i fuggenti travolsero il cocchio nella ritirata, invano chiamati, invano ripresi dalla voce di Semiramide. Tutto intorno a lei era un indescrivibil tumulto; cavalli senza cavaliere, anelanti fuggivano, con le viscere penzoloni fuori dal ventre squarciato; altri, imbizzarriti, si traevano dietro il morente signore, co' piedi impacciati nella staffa; molti, compresi d'alto spavento, volgevano al fiume, quasi temendo di non essere più in tempo ad evitar l'urto dell'incalzante nemico.

La regina guatò un istante con torvi occhi quello stuolo di femmine imbelli; indi, comandò che gli elefanti uscissero a lor volta, protetti da quanti uomini rispondessero in quel punto all'appello.

— Avanti, orsù! — gridava la fortissima donna, che, già discesa dal cocchio, era balzata a cavallo, brandendo il suo giavellotto. — Avanti, generosa prole degli Accad! Ricordate che tributari vostri furono sempre questi montanari orgogliosi, e che voi siete i vincitori del mondo! Era difficile il passo; ecco perchè i nostri cavalieri hanno dovuto piegare davanti ad un pugno di mandriani armati di fionda. Animo, via; non fate che ridano di voi le donne di Armavir, torcendo il fuso nelle veglie invernali! Vedete! Già calano le nostre migliaia dai monti; appariscono dal sommo dei poggi; scenderanno tra breve a ruina. Ancora uno sforzo, valorosi Cussiti, e la vittoria è per noi! —

La battaglia è al suo momento supremo. I prodi Armeni s'inoltravano, irrompevano sui piano, come gonfio torrente che abbia rotti i suoi argini. Ma ad un tratto i cavalli si arrestano, nitriscono, s'impennano, sbuffano, non sentono più lo sprone dei cavalieri. Che è ciò? Negre moli si affacciano sulla strada. Son gli elefanti; nuovi arnesi di guerra, che Semiramide ha condotti seco dalle rive dell'Indo. I montanari d'Aiasdan non hanno mai combattuto contr'essi.

Accorrono sulla prima fronte e scagliano dardi gli arcieri di Zikartu; ma, contro a quei colossi coperti di ferro, fanno mala prova gli strali. S'inoltrano minacciose le negre moli, e il valore aicàno è di bel nuovo arrestato a mezzo il suo corso.

Il re d'Armenia volge lo sguardo all'altra riva del fiume. I Medi, accalcati colà, non dànno segno di volersi muovere ancora. Tosto egli manda messaggi a Vasdag, che tolga dalle sue file quanti più uomini può, senza suo nocumento, e li avvii lunghesso la sponda destra del fiume, per cogliere gli elefanti di fianco. Egli intanto fa testa co' suoi; ma invano. Gli smisurati animali, incitati dagli spiedi de' guardiani che siedono loro sul collo, galoppano contro le sue schiere mal ferme, scuotono gli orecchi, larghi come ali di enormi vipistrelli; cogli acuti barriti sgomentano i cuori più saldi.

Qualche freccia più fortunata si ficca tra le giunture dei pettorali di ferro ed essi colle curve proboscidi strappano le canne innocenti, le gittano sul volto ai nemici. Stizziti dalle punture, si scagliano entro le file, mentre dall'alto delle torri che recano in groppa, guerrieri babilonesi scaraventavano sabbia e bitume infuocato. I larghi petti, muniti di sprone, già sono addosso ai cavalli; come prore di navi fendono il mare, così essi la calca; e intanto le proboscidi guizzano in aria, scendono nella mischia, afferrano, strizzano, lanciano in alto le vittime. Pallidi, esterrefatti, i soldati armeni dànno le spallo, s'incalzan fuggendo davanti ai negri colossi.

Infiammato di sdegno, coi primi che gli giungono in aiuto dalle schiere di Vasdag, il re d'Armenia fa impeto nel fianco dei mostri. I più audaci de' suoi si cacciano sotto, tentano di strappare le cinghie che tengono ritte le torri, di tagliare i garretti e di squarciare il ventre alle belve. Un elefante cade, ma schiaccia nella caduta i suoi uccisori. Avanti! avanti sempre! Un altro, per mano del re, ha recisa la proboscide ed agita urlando il moncherino sanguinolento; infuria coi denti d'avorio e trafigge chi non è pronto a cansarsi, indi si volta indietro, mette a scompiglio le file. Sollecito il guardiano, perchè non abbia a recar danno maggiore tra' suoi si toglie da fianco un lungo scalpello e, appuntatolo sulla giuntura della cervice, tanto vi picchia su col maglio ferrato, che spezza il cranio e fa stramazzar l'elefante.

Ma, caduti quei due, altri molti ne restano e menano strage all'intorno. Per colmo di sventura, mentre gli arcieri di Tarbazu cercano di farsi più innanzi, si abbattono nelle macchine, che la regina ha fatto avanzar prontamente di costa agli elefanti, e sono sfolgorati da una pioggia di fuoco.