Ora, mentre il grosso delle forze aicàne è arrestato da quei baluardi animati e da quelle macchine che scagliano fuoco, Semiramide è salita sopra un'eminenza, per abbracciar d'uno sguardo l'intiero campo di battaglia. Dalla tenda di Ara infino al luogo ove s'infrange l'inutil valore del re, la pianura è seminata di strage, ma libera, vuota di combattenti; soltanto le schiere di Vasdag sono visibili là in fondo, dalla parte del fiume, imboscate all'ombra dei pioppi. Poche migliaia d'uomini stanno ancor dietro le tende, alla guardia del campo aicàno.
Il momento le sembra opportuno per mandare ai Medi, ai Persi, agli Ariarvi, il segnale stabilito. Un dardo acceso fischia nell'aria e va a cadere nel mezzo del fiume. Tosto quel fitto stuolo di cavalieri si muove, affretta al guado, sotto gli occhi di Vasdag.
Un nembo di frecce accoglie il movimento dei Medi. Il principe di Tarbazu non ha voluto perder tempo, e i primi che si sono perigliati nell'acqua, vi trovano tosto la morte. Si allegrano nel profondo dei cuore i destri arcadori, e raddoppiano i colpi. Ma, pur troppo, essi non basteranno a impedire il passaggio. Vasdag, al cui vigile occhio nulla sfugge di ciò che si tenta sulla riva sinistra, ha veduto che i Persi e gli Ariarvi si dispongono a guadare in altri due punti l'Eufrate. Non si smarrisce d'animo, tuttavia, e manda incontanente per le riserve, raccolte dietro alle tende; le guida egli stesso, appena giunte, le colloca ne' luoghi più acconci, lungo la destra del fiume.
— Guerrieri d'Aiasdan! — egli grida. — Qui bisogna far l'ultimo sforzo e con quanto vigore ci è dato. Noi non avremo più patria, se non ributtiamo gli assalitori nell'onde. —
Aspro è il combattimento: i soldati di Vasdag fanno prodigi di valore. Ben sette volte i cavalieri nemici afferrano la sponda, e sette volte son respinti nel fiume. L'Eufrate è sparso di cadaveri. Nei luoghi ove il letto è meno profondo e più facile il guado, si ammonticchiano gli uni sugli altri i caduti, fanno argine alla corrente, che intorno ad essi ribolle, s'innalza fiottando e straripa.
Da due ore il sole avea varcato il meriggio, nè cessava ancora lo strepito dell'armi, il clamore dei combattenti. Per quanto era lunga la valle, dai poggi di Ajotzor alla collina di Kerezmanc, la quale signoreggiava il luogo dello azzuffamento tra il re d'Armenia e le macchine babilonesi, non era più un breve spazio di suolo che non fosse coperto di cadaveri, o d'armi infrante, o di lacere membra; e un odor crasso di sangue, un leppo arsiccio, misti ad una nube di polvere, saliano alle nari.
Un messo del re giunge galoppando e chiede nuovi aiuti a Vasdag.
— Che avviene egli laggiù? — dimanda il vecchio soldato.
— Che intorno agli elefanti, — risponde il messo, — abbiamo perduto il meglio dei nostri; che la via sulla riva del fiume è sbarrata dalle macchine, vomitanti fuoco; che non possiamo romper la diga nemica, se non abbiamo sussidio di gente fresca e animosa.
— Non è ferito il re? — chiese Vasdag.