— No, grazie sien rese agli Dei.

— Sta bene. Va alle tende di Ajotzor; ancora due migliaia d'uomini rimangono a noi. Pensavo di chiamarli io, a custodia del fiume; — soggiunse sospirando il vecchio guerriero; — ma che farci? Li abbia il re, che forse ne ha maggior bisogno di noi.

— Che debbo io dirgli di te? — chiese il messo, già in atto di partire.

— Che il vecchio è alla meta del suo viaggio sulla terra; — rispose Vasdag, — che, qualunque cosa avvenga, nessun Medo potrà vantarsi, me vivo, d'avermi vedute le spalle. —

Ciò detto, il buon cavaliere si allontanò verso la riva, per respingere un nuovo assalto dei Medi. Ma ormai l'impresa era superiore alle forze de' suoi. Durò a lungo lo scontro, sulla riva contrastata; finalmente, perduto gran numero dei loro, i nemici giunsero a piantarsi saldamente sul greto e fu libero il guado.

Vasdag non sopravvisse alla rotta. Slanciatosi col cavallo nelle schiere dei Medi, ebbe morte degna di sè, combattendo da forte, coll'ultimo colpo della sua spada fendendo l'elmo ed il cranio dei capitano nemico.

Accesi di sdegno, furibondi, si gettarono i suoi nella mischia, per difenderne il corpo e vendicarne la morte. Fu lotta disperata; bisognò ucciderli tutti, ad uno ad uno, e l'impresa fu lunga e difficile, costò ai vincitori gran sangue.

Così mantenne la sua fede Vasdag, il vecchio principe di Tarbazu, che è sulle rive dell'Eusino. Esperto condottiero d'eserciti, era stato compagno ad Aràmo, nelle sue guerre fortunate contro i Medi e i Turani, d'onde aveva meritato d'esser secondo nel reame, e incoronatore del re d'Armenia. Epperò a lui era concesso portare la corona fregiata di giacinti, due orecchini, il calzare rosso ad un piede, e il diritto altresì di bere in coppa d'oro. Biondo in giovinezza i capegli, colorito il viso, gli occhi grigi, robusto le membra, largo le spalle, il piè bello e saldo alle fatiche, fu sobrio sempre nel bere e nel mangiare, nei piaceri temperato. Per lungo ordine di secoli, i memori bardi, a suon di cembali lo cantaron prudente, moderato nei desideri, pieno di senno, eloquente, utile in tutti gli umani negozi. Sempre giusto nelle sentenze, pesava con bilancia a tutti eguale, senza studio di parti, gli atti d'ognuno. Non invidiava ai grandi, nè i piccoli sprezzava; non altro voleva che stendere su tutti il manto delle sollecitudini sue.

Ignaro della fine di Vasdag, ma udendo le grida di vittoria e notando l'affrettarsi dell'ala destra dei Babilonesi nel passaggio del fiume, Ara meditò un ultimo colpo; sforzare il passo, non più dove infuriavano le macchine, ma dall'altro lato, dove sorgean le colline. Scelti a tal uopo i più animosi dei suoi, si condusse a volo verso le alture. Lo seguirono primi, al sommo di un poggio, Bared, lo scudiero, Sumàti ed Abgàro; Abgàro che pel lungo combattere vedevasi lordo la bianca tunica di sangue e di polvere.

— È questo il colle, — disse con accento d'amarezza il cantore, — d'onde il fortissimo Aìco saettò l'orgoglioso Titano. Vedi, o re; quello che ci sta dinanzi è il poggio di Kerezmanc. Colà noi dobbiamo giungere, calarci di là, piombare alle spalle di quei luridi cani! Ma che vedo? O m'inganno, o il duce dei Babilonesi è lassù. Destro arciere, suvvia, chè non adatti uno strale alla corda e non gli mandi il saluto della morte? —