Trascinato dalle aspre parole di Abgàro, il re impugnò l'arco e si fece a togliere la mira. Dal poggio di Kerezmanc il suo aspetto fu conosciuto e l'atteggiamento notato.
— Ah! — gridò Semiramide. — Lui! —
E spronato il cavallo, si avanzò imperterrita sul ciglione, ad attendere il colpo.
Faleg e gli altri che l'accompagnavano, veduto il pericolo a cui ella si esponeva, furono solleciti a correre, per farle scudo colla loro persona. Ma la fortissima donna li rattenne con un gesto imperioso.
— Non ardirà! non ardirà! — soggiunse ella poscia, con un altero sorriso.
E stette immobile, guatando il suo avversario; ben lieta e largamente vendicata di lui, se avesse potuto scorgere il tremito che gli invadeva tutte le fibre in quel punto.
Rimase egli incerto un tal poco, quasi volesse aggiustar la mira, e sperimentare la tensione della corda. Ma questa per fermo non doveva essere la cagione dell'indugio, poichè tosto, con atto disperato, gittò l'arco e lo strale lungi da sè.
— Non posso! — gridò egli. — Non posso!
— Ma potrò io! — disse Abgàro.
E raccolse l'arco da terra. Il re lo rattenne, che già stava per poggiare la cocca sul nervo disteso.