E ricadde, ma non più sul terreno, bensì tra le braccia di uno de' suoi. Riaperse gli occhi a guardarlo e riconobbe Sumàti.

— Santo vecchio, — diss'egli con voce spenta, — che avviene di noi?

— Mio dolce signore! — rispose amorevole e triste l'Indiano. — Scendono innumeri schiere dai monti; già ci romoreggiano da tergo.

— E il fiume?

— Guadato!

— Ah! È dunque morto Vasdag. Povero amico! Povera terra d'Aiasdan! Uccidimi, te ne prego, Sumàti! Toglimi ai miei rimorsi, al mio disonore, finiscimi! —

Sospirò profondamente il vecchio Sumàti e chiuse gli occhi come per raccogliersi nei suoi dolorosi pensieri. Anch'egli sentiva il rimorso, che gli lacerava il profondo dell'anima.

In quel mentre s'avvicinavano a passi concitati, e feroci nell'aspetto, i nemici.

— Rattenete le armi! — gridò Sumàti, poichè li ebbe veduti salir minacciosi per l'erta. — È il re d'Armenia ferito. Oscuri soldati, ardirete dar morte ad un re?

— Ah! — sciamarono giubilanti i guerrieri. — Il re d'Armenia! il re prigioniero?