— Vivo! — gridarono i guerrieri di Birtu, muovendole incontro. — Possente signora, egli è in nostre mani, il tuo crudele nemico. —

La regina, severa in volto, accigliata, come chi si sforza di nascondere la tempesta dei contrari affetti che gli freme nel cuore, comparve sul luogo, tra le grida e le acclamazioni delle sue schiere affollate.

Sumàti torse le ciglia da lei ripugnandogli di vedere su quella fronte la gioia dell'ottenuto trionfo. Ma vide in quella vece Bared, lo scudiero, il fido di Ara, che gli stava tutto confuso e tremante da lato.

— Ah, Bared! — susurrò nell'orecchio all'Armeno il vecchio della Triade. — Tu lo vedi? Il tuo tradimento ha perduto l'Armenia; ha perduto il suo re. —

Un singhiozzo venne a morir sulle fauci di Bared.

— E tu? — diss'egli di rimando.

— Io? — sclamò il vecchio. — Io non ero de' vostri, nè conoscevo quel nobile cuore. Ma ora, mi assista l'Eterno, io salverò la sua vita.

— Che vuoi tu fare? Tradirci? — balbettò, impallidendo, l'Armeno.

Sumàti crollò alteramente le spalle e non gli rispose che una sola parola: — codardo! —

La vittoria di Ajotzor era stata piena ed intiera. Saviamente scelto il campo di battaglia dall'esercito aicàno; ma egli sarebbe bisognato, per vincere, che il re d'Armenia avesse avuto più gente, per custodire la sinistra riva del fiume e asserragliare le gole circostanti. Non erano in quella vece che cento migliaia di valorosi; valorosi, sì certo, dappoichè tutti giacevano sul campo. Povere donne di Aiasdan! esse non doveano più rivedere gli amati.