Le perdite dei Babilonesi erano gravi; si potea noverarle ad occhi veggenti. Duecento migliaia tra morti e feriti; la sacra miriade distrutta; poche centinaia i superstiti.

Il vecchio della Triade s'era ingannato. Semiramide fu triste, assai triste, quel giorno.

CAPITOLO XVIII. Il Talismano.

Il dì seguente, che fu il settimo di Garmapada (così il costume dei popoli medo-ariani; ma presso i Caldei era detto Tana, o mese del fuoco), l'esercito babilonese entrava in Armavir.

Profondo squallore, silenzio di tomba, accolsero le schiere dei vincitori nella capitale dell'Aiasdan. La maggior parte del popolo, donne, vecchi e fanciulli (che d'uomini acconci alle armi già non ve n'era pur uno) aveano presa la fuga all'avvicinarsi del nemico, e sconsolati per la morte dei loro diletti, più sconsolati per l'eccidio della patria, quali tementi le orrende vendette del vincitore, quali rifuggenti dal solo pensiero di doverlo vedere orgoglioso ed insolente padrone in mezzo alle vie della loro città, s'erano rifugiati sulle montagne d'Urarti, chè tale avea nome presso gli Armeni la catena dell'Ararat. Non rimanevano nella città che i decrepiti, gl'infermi, i mendichi.

Colpita da quel doloroso aspetto della città principale, e volendo con esempio di magnanimità chetare gli spiriti nell'altre provincie del regno, Semiramide inviò pronti messaggieri ai fuggiaschi. Tornassero senza timore, liberi nella loro tristezza. Bene ella sapeva non esser tra loro uomini validi al maneggio delle armi; per altro, non voler prigionieri, salvo i pochi fatti in battaglia. Bastarle la sua piena vittoria, le spoglie e i tributi di guerra. Aggiungeva, non sarebbe torto un capello ad alcuno; sè esser donna e voler rispettate le donne dei vinti. Tornassero adunque: sacro alla gente degli Accad il dolore di un popolo soccombente; Belo e tutti i sommi custodi di Babilonia non esser gelosi del culto che alle loro deità avrebbero liberamente seguitato a prestare gli Armeni.

Generose parole, a cui, ne' feroci tempi di allora, non erano avvezzi per fermo gli abitanti delle soggiogate contrade. Insolite erano; parvero soverchiamente umane, incredibili. Ma i messaggieri della clemenza portavano in pegno di loro sincerità il suggello di Semiramide; li accompagnavano alcuni superstiti di Ajotzor, che giuravano di avere udite le sante promesse dal labbro medesimo della possente regina. Credettero i derelitti, e a lenti passi, come chi sa di non andare a lieto ritrovo, finalmente tornarono.

Intanto, alle città e provincie più lontane del regno, a Tarbazu, che è sull'Eusino, a Sarda e Zihartu sui confini d'oriente, a Mildis e a Masciag dove il sole s'asconde, erano spedite numerose coorti, per levar tributi e recar provvigioni all'esercito. L'oro, le gemme, le pelli preziose, i viveri, e quant'altro chiedeano i superbi, tutto fu dato in silenzio, prontamente, con quella severa alterezza che sdegna di piatire, o d'implorare condizioni più miti. A che contendere del più o del meno cogli oppressori! Comunque fosse, non esisteva più Armenia.

Pure, la gran donna non meditava di soggettare la vinta contrada all'impero. Più giusto sarebbe il dire che nessun concetto aveva ella ancora in mente formato. S'era chiusa nella ròcca di Van, rupe foggiata dalla natura a baluardo, sull'acque salse del lago, cosicchè poco aveva dovuto aggiungervi l'arte degli uomini. E là rinchiusa, mostravasi a pochi.

Il suo ferito nemico era in una camera appartata della ròcca è vegliavano al suo letto indovini Caldei, esperti di farmachi e di erbe salutari, i quali seguivano sempre l'esercito. Sumàti, essendo stato fatto prigioniere insieme col re, aveva potuto seguirlo fin là. Bared, mal sopportando l'aspetto dell'Indiano, e lacerato dal suo rimorso, era andato a confondersi cogli altri prigionieri, spiando con animo intento una occasione di fuga.