Egli non si sarebbe detto per fermo, al vedere l'aspetto desolato della ròcca di Van, che fossero vincitori i suoi ospiti e giorni d'allegrezza per le schiere babilonesi. Una nube di atra mestizia incombeva sul luogo; triste e taciturna la regina; pensierosi, come fastiditi, i suoi uffiziali.

Dicevasi nei sommessi parlari che il negro umore della regina derivasse dalle gravissime perdite che avea toccate l'esercito. La distruzione della sacra miriade, in particolar modo, e la morte di tanti prodi, congiunti di sangue alla casa di Nemrod, erano invero cagione di alto dolore non che per lei, per tutti i guerrieri di Kiprat Arbat, veri sostegni dell'impero degli Accad e partecipi alla sua smisurata fortuna. Tanto sangue sparso, e del migliore di Babilonia, non era egli un argomento di profondo rammarico? ma come, altresì, e con che inusitato rigore, non avrebbe fatto Semiramide le sue vendette e quelle de' suoi nella progenie d'Aìco! Certo, quel cupo silenzio, il lampo sinistro degli occhi regali, prometteano tempesta. Bene doveva egli risanare, il vinto re degli Armeni, ma per abbellire, entro le mura di Babilonia, il trionfo della possente regina e pagare il fio di tante nobili vite mietute. Tale era il costume degli Accad. Mozzata la lingua a chi aveva spergiurato la sua fede; tronche le mani che aveano impugnate le armi della ribellione; cavati gli occhi, che più non erano degni di vedere la luce di Belo; questa sì, questa era la sorte dell'orgoglioso Aicàno.

Frattanto, egli giaceva nel suo letto di dolore. Stremato di forze e non al tutto ritornato in sè medesimo, egli non aveva ancora aperte le labbra a parlare. Hurki, il capo degli eunuchi regali, era quasi sempre nella camera del ferito, e ad ogni tanto ascendeva alle stanze della regina, per recarle notizie di lui. Ma erano tristi nuove, e poco ancora l'una dall'altra dissimili. Era sfinito il garzone, pel molto sangue perduto; gli ardeano le membra per febbre; il seno, tutto intorno alla ferita, tumido sempre e infiammato. Cibo non voleva, nè conforto; i farmachi apprestati dai Casdim a stento gli erano ministrati, e non da altri fuorchè da quel suo vecchio fedele. Gli atti, i moti incresciosi del volto, mostravano l'interno fastidio d'ogni cosa e di sè; la vita che gli rimaneva, parea volesse comprimere nel profondo, nella speranza di soffocarla e di sottrarsi al suo fato.

Ciò turbava sempre più la regina. A notte colma, tutta chiusa nel suo manto bruno, scese furtivamente la scala interna, che metteva alla camera dell'Armeno. Nessuno vigilava colà, tranne Hurki, che ravvisò la sua signora e fu pronto a ritrarsi nelle stanze attigue, dove gli altri si ristoravano con poche ore di sonno.

Un fioco lume rischiarava la camera, lasciando il letto del ferito in una mite penombra. Ara mostrava il petto scoverto, ma una larga benda, addoppiata intorno al torace, nascondeva la piaga.

La regina si avvicinò, dal lato dell'ombra, tirandosi sul volto i lembi del velo. Colà, ritta daccanto alla proda del letticciuolo, stette lungamente guardando. Il cuore le palpitava forte nel seno; gli occhi mettevano lampi di sotto alle ciglia contratte; aspra battaglia di pensieri le travagliava lo spirito.

Egli era là, il traditore, il leggiadro straniero, così facilmente impadronitosi di lei nel sacro bosco di Militta, Ara il bello, il benvenuto alla reggia, l'ospite inebriato, che celava la perfidia nell'anima! Egli era là, il superbo dispregiatore, il primo che l'avesse mortalmente offesa, lei, la signora del mondo! Egli era là finalmente, il tributario ribelle, per cui tante migliaia di guerrieri aveano incontrata la morte, il feroce, l'immemore, che aveva osato tender l'arco e toglier di mira un cuore, già da lui con più crudele arma ferito. Destro e audace a colpirla nel più intimo degli affetti, non gli era bastato l'animo a squarciarle il seno in battaglia! Ella, una donna, era stata più intrepida, più forte, più generosa di lui. Però giusti gli Iddii ed ella vincitrice a buon dritto; egli là, vinto, disonorato, morente forse!...

Si accostò al suo capezzale. Il ferito dormiva, d'un sonno greve, affannoso. Allungò peritosamente la mano su lui. La fronte gli ardeva; grosse stille di sudore bagnavano le tempie, rapprendevano i capegli. Tremò tutta a quel tocco e ritrasse la mano.

— Ma che gli ho fatto io? — mormorò nell'angoscia del suo cuore. — Perchè è egli fuggito? Perchè m'ha fatta vergognar di me stessa? È orribile, orribile! E m'odia egli, dopo avermi sprezzata. Io ho saziata la collera mia; non l'odio più; l'ho mai odiato? O Militta, o protettrice, m'avrai tu condannata per sempre? E sia; ma io darei me stessa, il mio regno, la mia fama nel mondo, tutto darei, per rattener questa vita che gli sfugge dal seno. —

Così disse, piangente, perduta dell'animo, e tratta dalla piena del dolore, cadde ginocchioni daccanto a lui, lo baciò d'un bacio sommesso, ma intenso, ma lungo, bacio di donna amante che tutta all'amor suo si concede.