— Risorgi, adorato, — esclamò, — ed odiami pure! —
I singhiozzi poteano tradirla, risvegliare il sopito. Si tolse prontamente di là, e andò a ricadere dietro lo stipite dell'uscio per cui era venuta. Si vergognava del suo pianto, la possente regina, la sventuratissima donna. Pure, quelle erano le più nobili lagrime che avesse mai versato creatura mortale.
Inginocchiata, colle palme tese, pregò.
— Anu, o soccorritore, tu che dai la costanza ed esaudisci le preci, non allontanare il tuo sguardo da me. Bel, padre supremo, che tempri lo scettro ai regnanti; Auv, guida e custode, signore del mondo; Nisroc, che governi le unioni, signor dei misteri e re degli abissi inesplorati, ascoltatemi. Sam, o reggitore del cielo e della terra, tu, cui ho innalzato un tempio, facendolo splendido come il tuo astro, coll'oro di cento popoli vinti; Adar, tu che sperdi ogni resistenza; Nergal, che hai data a me la vittoria della spada; Nebo, o sapientissimo, che leggi nei profondo dei cuori, come nell'immenso dei cieli, nume pietoso, che risani e conforti; uditemi voi, soccorretemi, per l'amore delle vostre spose immortali; date voi luce e forza al mio spirito, risollevatemi voi, fate che quest'uomo non muoia; o uccidetemi con lui! —
Confortata dalla preghiera e rasciugate le lagrime, tornò ancora la misera donna al letto dell'amato, e lui baciò in fronte più volte.
Ma in quel punto, o fosse che la presenza di lei, avvertita nel sonno, riscuotesse il ferito, o ch'egli altrimenti dolorasse per la medesima acerbità della piaga, il supino mosse la testa sul guanciale e diede un gemito fioco. Temè ella non si destasse d'improvviso e la vedesse in quell'atto; però fu pronta a ritrarsi e, ravvoltosi il manto sul capo, con un passo leggiero si involò dalla camera.
Quella visita l'aveva spossata. Il sonno discese sulle sue palpebre; ma fu sonno affannoso, febbrile, turbato da dolorose visioni.
Sognò che l'uomo diletto era presso a morire, e che a lei sola era dato di camparlo da morte. Ma come? Facendo sua la sorte del giovine, partecipando alla sventura di lui. Ara aveva perduto il suo regno; anche ella dovea perdere il suo.
La regina possedeva una negra gemma, con caratteri incisi, d'una lingua sconosciuta, intorno ai quali il più dotto dei Casdim aveva affaticati vanamente gli occhi e l'ingegno. Quella piccola pietra, tonda, levigata ed opaca, era dono della sacerdotessa di Derceto, in Ascalona; di quella severa e malinconica sacerdotessa che l'aveva educata presso di sè, ed amata a guisa di figlia, lei oscura bambina, raccolta sui gradini del tempio. Per anni ed anni, la ignara fanciulla aveva creduto che quella donna fosse sua madre; ma un giorno le avevano detto che ciò non era; che, giovanissima ancora, Astarte era stata consacrata agli altari e di madre non aveva per lei che l'affetto.
Ora il dì che Semiram, fatta sposa a Mènnone, usciva dal tempio di Derceto, la mesta sacerdotessa l'aveva chiamata a sè, e dopo averla lungamente stretta al suo seno e bagnata delle sue lagrime, così s'era fatta a parlarle togliendosi quella negra gemma dal collo: